L’angolo di Michele Anselmi

Occhio alla scena che appare a sorpresa, ma non troppo, dopo gli infiniti titoli di coda: un classico dei film Marvel, anche un modo per lanciare nel firmamento un nuovo personaggio fino ad ora assai marginale. Naturalmente bisogna ricordarsi che Natasha Romanoff, alias la Vedova Nera, era morta in “Avengers: Endgame”, ma ora torna assai combattiva, sia pure in una chiave tra femminista e malinconica, in questo “prequel” dalla vita tormentata, due volte è stato rinviato il debutto a causa della pandermia, nelle sale da oggi con la Disney. Immagino che gli esercenti di cinema l’aspettino come la manna, dopo mesi di carestia: vedremo se il pubblico risponderà…
“Dobbiamo tornare dove tutto è iniziato” scandisce la guerriera in questione, s’intende incarnata da Scarlett Johansson, doppiata per l’Italia da Domitilla D’Amico. E così il filmone in questione, diretto dall’australiana Cate Shortland su una storia di Jac Schaeffer e Ned Benson con sceneggiatura di Eric Pearson, la prende molto alla lontana, dalla strana infanzia di Natasha in una cittadina dell’Ohio, insieme alla sorellina Yelena, il padre Aleksei e la madre Melina.
Sembrano una famiglia perfetta, ben integrata in quel contesto rurale, invece tutti e quattro custodiscono un segreto da spie, sovietiche s’intende. E il resto bisogna vederlo, anche se chi ha seguito la cine-saga negli anni capirà ogni svolta cruciale, ogni riferimento ironico, ogni citazione temporale molto meglio del sottoscritto.
Diciamo, per semplificare, che in seguito agli eventi narrati nel 2016 da “Captain America: Civil War”, la fulva Natasha, ormai tagliata fuori dagli Avengers, si ritrova a far coppia con la sorella Yelena, provetta assassina pure lei, con l’intento di dare l’assalto alla famigerata “Stanza rossa” creata dal luciferino Dreykov per addestrare un esercito di giovani e invincibili sicarie con le quali destabilizzare il pianeta. E qui scatta la seconda frase scolpita nel marmo, sempre detta da Natasha: “A un certo punto bisogna scegliere tra ciò che il mondo vuole che tu sia e chi sei veramente”. Accidenti, mica facile.
Lungo più di 130 minuti, “Black Widow” è un kolossal pieno di inseguimenti, esplosioni, salti nel vuoto, corpo a corpo, ammazzamenti e torture; ma naturalmente, almeno secondo me che non sono esperto del ramo, il meglio sta nei dettagli tra un combattimento e l’altro, soprattutto nelle digressioni buffe, nelle battutine demistificanti, che prendono di mira una volta la plastica postura da battaglia della raddrizzatorti, una volta le pretese del padre di essere la versione russa di Captain America.
Più difficile prendere sul serio il versante esistenziale della vicenda, ossia i dilemmi vissuti da un’eroina bilico tra due famiglie, entrambe artificiali: quella acquisita degli Avengers e quella dell’infanzia in Ohio. Poi ci sarebbe il messaggio diciamo, femminista, ovvero l’invito implicito alle donne sfruttate o vilipese perché prendano in mano il proprio destino alla faccia del maschio tirannico e manipolatore.
Se Scarlett Johansson, anche coproduttrice e stavolta inguainata in una sexy-tutina bianca a dispetto nel nome, sembra la più coinvolta nell’operazione-antefatto, probabilmente l’ultima che la riguardi sul fronte Marvel Cinematic Universe, gli altri interpreti ingaggiati, da Florence Pugh a Rachel Weisz, da David Harbour a Ray Winstone, si adeguano al clima generale del cine-fumetto, spesso recitando sospesi nel nulla, in attesa che i prodigiosi effetti speciali completino le scene.

Michele Anselmi