“Bob Knows: Conversations With Dylanologists”, edito da McFarland e per ora disponibile soltanto in lingua inglese, è il nuovo saggio di Marco Zoppas, collaboratore di lungo corso di Cinemonitor. 15 interviste che tracciano un ritratto inedito del mondo di Dylan, analizzato da punti di vista, a tratti, del tutto inediti.
A 8 anni da “Ballando con Mr. D. Nessuno canta il blues come Bob Dylan”, torni sulla dylanologia. Puoi parlarci di questa scelta?
Marco Zoppas: È stata una scelta fortuita, dovuta al caso. Prima dell’assegnazione del Nobel nel 2016 non eravamo – almeno in Italia – in molti a scrivere su Dylan, poi improvvisamente è uscita una miriade di libri su di lui tanto che per due anni avevo smesso di leggere sull’argomento finché non ho scoperto “Why Bob Dylan Matters” di Richard Thomas, un saggio straordinario che mi ha fatto nuovamente entusiasmare per la dylanologia. Dopo aver recensito il lavoro di Thomas, che è docente di filologia presso l’università di Harvard e a mio avviso il dylanologo più autorevole a livello internazionale, gli avevo mandato l’articolo per email sperando che lo leggesse. Mi ha risposto nel giro di qualche ora dicendomi che si trovava a Roma e mi ha invitato a prendere un caffè insieme in via Veneto. Da quell’episodio è nata tra noi una regolare corrispondenza per email. Un giorno gli ho chiesto se potevo intervistarlo. Lui ha acconsentito e una volta pubblicata la nostra conversazione mi ha consigliato di intervistare Andrew Muir, uno tra i più autorevoli dylanologi del Regno Unito. Da allora in poi ci ho preso gusto e sono andato a in cerca di esperti un po’ ovunque nel mondo, dagli Stati Uniti all’Australia alla Danimarca e altri paesi ancora. Le interviste non potevano che svolgersi in inglese. Fortunatamente la casa editrice statunitense McFarland ha infine deciso di pubblicare in un unico volume le interviste che sono riuscito a collezionare in un periodo di quattro anni, dal 2019 al 2022.
15 interviste ad altrettanti dylanologi: come hai scelto le personalità intervistate?
Marco Zoppas: Bob Dylan un giorno sarà ricordato come una delle personalità artistiche che definiranno la nostra epoca, alla pari di personalità come Eschilo, Leonardo Da Vinci o Shakespeare nei secoli precedenti tanto per fare degli esempi. Questa è la mia convinzione. Quindi se ci si avvicina a Dylan bisogna farlo con rispetto e da prospettive insolite, come dici tu, perché il suo contributo va ben al di là dei soliti cliché che gli vengono attribuiti. L’importanza di Roma nei suoi testi e dei classici latini va sottolineata, così come le sue affinità con la scrittura di Salman Rushdie o di Don DeLillo, la sua ricerca religiosa, le sue prese di posizione politiche tutt’altro che scontate. Ho voluto scegliere nelle mie interviste autori che avessero da dire qualcosa di veramente coraggioso e originale a proposito dell’opera di Dylan.
Le interviste che compongono “Bob Knows” hanno un impianto spesso imprevedibile, e molto poco giornalistico: è bello perdersi nella rete di richiami derivanti dal meccanismo risposta/domanda più che domanda/risposta. Qual è il tuo metodo?
Marco Zoppas: Ti ringrazio per questa osservazione perché l’approccio giornalistico non lo sento mio non essendo quello il mio mestiere. Ricordo più o meno che una volta P.K. Dick disse che la qualità del futuro sarà l’empatia. Strano detto da lui perché se c’è un difetto in questo straordinario scrittore è secondo me proprio la mancanza di empatia, non sono mai riuscito a immedesimarmi in nessuno dei suoi protagonisti proprio per questo motivo. Ma ho voluto far mia la sua massima. Ricordi il film “Zelig” di Woody Allen? Il protagonista si trasformava in una persona diversa a seconda di chi fosse il suo interlocutore. A me è successo un po’ lo stesso. Provo a fare un esempio. Uno degli esperti che ho intervistato, Phil Mason, interpreta la recente produzione di Dylan in chiave rigorosamente cristiana. Io nel secondo capitolo del mio libro precedente “Ballando con Mr D.” vedevo invece Dylan come un redivivo poeta maledetto alla stregua di quello che era stato Baudelaire in un’epoca precedente. Ma mentre parlavo con Phil Mason m’ero completamente dimenticato della mia chiave di lettura. Seguivo il mio interlocutore per filo e per segno e tuttora penso, rileggendolo, che Phil Mason possa aver ragione. Mi chiedi qual è il mio metodo? Ritengo sia l’immedesimazione. Se poi verso la fine del libro il meccanismo si trasforma a volte più in “risposta/domanda” che in “domanda/risposta”, come dici tu, dipende dal fatto che nel corso delle conversazioni, che sono tutte in ordine cronologico, avevo man mano preso confidenza con la materia e mi sono sentito a mio agio nel dilungarmi su mie personali intuizioni. Sempre nella speranza di ottenere maggiori spunti di riflessione da parte di chi stavo intervistando in quel preciso momento.
L’intervista a Rudy Salvagnini e quella Giulio Pantalei, ma anche quella sorprendente a Aubrey L. Glazer per finire con l’ultima a Doris Hambuch e Ioannis Galanopoulos Papavasileiou approfondiscono il rapporto di Dylan con il cinema. Al di là del potere evocativo e fortemente cinematografico dei testi di Dylan, puoi spiegare su cosa si concentrano le quattro interviste che cito?
Marco Zoppas: Non smetterò mai di ribadire che non sono un intenditore di cinema ma va detto che l’intervista con Rudy Salvagnini mi ha aperto un mondo. Osservare il percorso di Bob Dylan attraverso la chiave di lettura del cinema è una cosa che va fatta. Non è un caso, a pensarci bene, se “Bob Knows” in effetti si chiude con tre interviste tutte dedicale al mondo del cinema. Con Giulio Pantalei abbiamo voluto creare un abbinamento, quello tra Bob Dylan e David Lynch, che può non essere immediatamente accettato ma nel quale credo profondamente. Chissà che non generi ulteriori sviluppi nel futuro. Invito poi coloro che sono affascinati dalla Kabbalah a seguire con attenzione quanto ha da dire il rabbino canadese Aubrey Glazer a proposito delle intenzioni che stanno dietro alle opere di Stanley Kubrick, Leonard Cohen e Bob Dylan riguardo alla lotta tra il bene e il male che affligge il nostro mondo. Infine, con l’intervista a Hambuch e Papavasileiou, non si poteva non chiudere parlando di Martin Scorsese vista la passione con cui Scorsese si è dedicato alla musica nel corso della sua carriera, da “The Last Waltz” al blues ai Rolling Stones fino ovviamente ai suoi documentari su Bob Dylan. Nel suo ultimo libro “The Philosophy of Modern Song” Dylan auspica che l’America sia un giorno in grado di riprendere da dove aveva cominciato: dal fare grandi film che si ispirino a una grande visione. Proprio come accade in molte sue canzoni, che in molti casi sono dei veri e propri film. Infatti Stephen Arnoff, uno degli autori che ho avuto il piacere d’intervistare, dice che il suo film preferito è “Brownsville Girl” di Bob Dylan, e non è nemmeno un film bensì una canzone!