L’angolo di Michele Anselmi

A occhio c’è solo un motivo se una major hollywoodiana come la 20th Century Studios (ex Fox acquisita dalla Disney) fa uscire giovedì 27 gennaio, con la brutta aria che tira per il cinema in sala, il nuovo film di Guillermo Del Toro: non ci punta granché. Infatti “La fiera delle illusioni”, benché costato circa 60 milioni di dollari, in patria ne ha incassati appena 10; magari andrà meglio nella vecchia Europa, anche se nel frattempo l’oscarizzato regista messicano ha già realizzato un nuovo film d’animazione su Pinocchio.
Alla base di “La fiera delle illusioni” c’è un romanzo noir di William Lindsay Gresham che risale al 1946, il cui titolo originale suona “Nightmare Alley” (in Italia si trova con Sellerio). Già nel 1947 quel libro fu portato al cinema dalla Fox, per la regia di Edmund Goulding, con Tyrone Power, forse in cerca di una diversa immagine d’attore rispetto al passato, nei panni del cinico e fosco giostraio Stanton “Stan” Carlisle. Naturalmente nelle mani di Del Toro tutto diventa ancora più “faustiano”, allusivo, evocativo, mostruoso: sin troppo forse, almeno stavolta.
Siamo nel 1939, di lì a poco Hitler invaderà la Polonia, ma negli Stati Uniti nessuno pensa ancora alla guerra. Nell’incipit abbiamo visto Stanton trascinare un cadavere dentro un buco nel pavimento e dar fuoco alla casupola di legno, eppure l’uomo tutto sembra meno che un assassino. Bello, brillante e spericolato, trova lavoro come manovale in una specie di luna-park itinerante, ma lui punta più in alto. Infatti apprende da un “mentalista” ubricone, ma con moglie chiaroveggente ancora vogliosa, i trucchi del mestiere, affinando le tecniche di un illusionismo che maneggia doti di chiaroveggenza, telepatia, divinazione, occultismo, insomma avete capito. Intanto seduce Molly, una delle attrazioni del carrozzone, la più carina e disponibile alla fuga, e insieme, mettendosi in proprio, diventano nel giro di due anni una coppia assai ammirata nel mondo dell’alta società. Soldi chiamano soldi, e a quel punto Stanton, irretito dalla sensuale, platinata psicologa Lilith Ritter, si prepara al gran salto: truffare ricconi e potenti in cerca di consolazione.
“Se deludi le persone sbagliate il mondo ti stritolerà molto in fretta” ammonisce Lilith a un certo punto, ma Stanton, ormai trasformatosi in una specie di divo alla Clark Gable, baffetti, ciuffo e abiti di sartoria, pensa di poter turlupinare chiunque con la sua arte “spiritista”, anche un miliardario implacabile e feroce che non sarebbe dispiaciuto a Orson Welles.
Memoria prodigiosa, psicologia empirica e rapido calcolo mentale, il tutto unito a una bella dose di sfacciataggine, fanno di Stanton il perfetto imbroglione disposto a vendere la propria anima al diavolo pur di arrivare sempre più in alto al suono di “Chattanooga Choo-Choo”. Ma il destino non fa sconti, il vicolo degli incubi è sempre pronto a ghermirti di nuovo.
Del Toro piazza molte delle proprie ossessioni estetiche in questo film lungo quasi 150 minuti, 40 più dell’originale: l’acqua, il fango, la neve, feti mostruosi sotto formalina, “freaks”, nani, uomini-bestia ridotti alla fame e costretti a pratiche orribili nella fossa, sontuosi interni déco e baracconi lutulenti, tagli di luce espressionisti. Ma stavolta, rispetto a “La forma dell’acqua” del 2017, l’elemento calligrafico prevale sulla sostanza, o forse non scatta proprio la “pietas” che redime, scalda, conforta, pur nell’abiezione del mondo rappresentato.
Bradley Cooper, pure coproduttore, molto si impegna nel ruolo di Stanton, disegnando una parabola morale per alcuni versi prevedibile, che inclina alla dannazione; sul versante maschile ci sono Willem Dafoe, David Strathairn, Richard Jenkins, Ron Perlman, ma forse il meglio viene dalle donne, che sono Rooney Mara, Cate Blanchett e Toni Collette, rispettivamente nei ruoli di Molly, Lilith e Zeena.
PS. Non vorrei essermi addormentato, ma il tanto favoleggiato nudo frontale di Bradley Cooper mentre si immerge nella vasca da bagno di Zeena la chiaroveggente io non l’ho proprio visto.

Michele Anselmi