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“Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe”, audace ritratto d’artista

Qual è il senso dell’arte? Pura contemplazione estetica, riflessione sull’esistenza, atto di denuncia? Ne discutono animatamente alcuni artisti agli inizi degli anni ’30, in un caffè parigino. Non trovano una risposta comune. Inizia con quest’interrogativo il lungometraggio Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe, di Salvador Simó, ispirato dalla graphic novel di Fermín Solís, che sarà nelle sale italiane dal 5 marzo, distribuito da Draka Distribution. Il gruppo di artisti, a cui lo stesso Luis Buñuel appartiene, sono esponenti del Surrealismo: è il 1930.

L’âge d’or aveva scandalizzato le masse e suscitato l’ira del clero e Buñuel, già tormentato dal suo rapporto conflittuale con Salvador Dalì, faceva i conti con la solitudine dell’artista incompreso. Il desiderio di dedicarsi a un nuovo progetto cinematografico, un documentario, si scontra con l’ostracismo di produttori e amici. Grazie a un colpo di fortuna e l’appoggio dell’artista Ramón Acín, Buñuel inizia le riprese del suo documentario Tierra sin pan, un film sulle condizioni di povertà del territorio spagnolo di Las Hurdes, al confine con il Portogallo. Documentare la realtà e dare voce ad un popolo confinato in una terra amara avrebbe dovuto essere il principale proposito del film, ma si scontra ben presto con l’indole e la vena surrealista del suo regista.

In Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe, Salvador Simò regala allo spettatore un documentario nel documentario, evidenziando gli aspetti più problematici di Luis Buñuel. I suoi incubi, il carattere intrattabile, i nodi irrisolti dell’infanzia. L’animazione, semplice ed essenziale, si alterna a fotogrammi originali di Tierra sin pan, ma nell’insieme si dimentica di avere sotto gli occhi un lungometraggio d’animazione. Il ritratto che Salvador Simò fa di Buñuel è autentico, spoglio di qualunque panegirico o esaltazione dell’artista, riuscendo nell’intento di dare testimonianza del reale senza distorcere gli eventi, intento a cui lo stesso Buñuel si era sottratto girando il suo documentario.

Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe ha inoltre il vantaggio di riportare alla luce l’importante ruolo di Ramón Acín, fucilato dal regime franchista ed escluso dai crediti del documentario per circa sette anni, a causa delle sue posizioni anarchiche. Ramón Acín era fermamente convinto che con l’arte fosse possibile cambiare il mondo, utilizzava gli introiti delle sue opere per attività filantropiche, guardava con diffidenza all’estro surrealista di Buñuel, ma gli offrì sostegno continuo.

A cosa serve l’arte dunque? Certamente ad ampliare lo sguardo, qualunque sia la direzione: estetica, sociale, etica, di puro intrattenimento; permette di arricchirci guardando oltre il conosciuto o di esplorare l’esistente portandoci fuori da noi stessi. Nello specifico caso dell’opera di Salvador Simò, l’arte filmica ci svela il lato nascosto del percorso artistico e personale che ha portato Buñuel nell’olimpo della cinematografia. Più di quanto emerga dai suoi film, in Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe c’è l’esplicito ritratto di un uomo carico di contraddizioni, fragile, spietato con gli animali e empatico con gli uomini.

Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe è stato premiato nei festival più importanti dedicati all’animazione: Miglior Animazione Europea all’EFA – European Film Awards 2019; Premio della Giuria e Miglior Colonna Sonora Originale a Arturo Cardelús (compositore) all’Annecy International Animated Film Festival 2019.

Chiara Pascali

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