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“Cafarnao”: un eroe bambino dentro il caos libanese. Un film tosto (ma da vedere)

L’angolo di Michele Anselmi

Un bambino siriano forse dodicenne che porta su di sé il peso del mondo. Vorrebbe diventare un “uomo bravo e rispettabile”, invece si sente “solo come uno zerbino che tutti possono calpestare”. E tuttavia, nel caos indicibile, feroce e indifferente di Beirut, il piccolo Zaim riesce a portare un palpito di dignità, operando per il bene, contro tutto e tutti: la miseria devastante, l’assenza colpevole dei genitori, i trafficanti di carne umana, l’umiliazione costante, il carcere minorile, la violazione sistematica dei diritti umani da parte delle autorità.
“Cafarnao – Caos e miracoli”, che esce l’11 aprile con Lucky Red a un anno dal Premio speciale della giuria ricevuto a Cannes, è il terzo film della regista e attrice libanese Nadine Labaki, oggi 45enne. Ma non siamo, come avrete capito, dalle parti di “Caramel”, la commedia femminile, pure maliziosa, che lanciò la cineasta nel 2007; qui siamo proiettati nello straziante inferno di una Beirut marginale, una sorta di “bidonville” nella quale ogni norma di minima umanità viene infranta, senza che ci siano colpe apparenti, se non quelle provocate dal nauseabondo mix di caos e confusione, appunto il “cafarnao” evocato dal titolo, assunto come “normale”, irrisolvibile, irredimibile.
Il tutto stampato sul viso dignitoso e angelico del ragazzino protagonista, Zain, un profugo privo di documenti d’identità deciso a fare causa ai suoi genitori “perché mi hanno fatto nascere”. Zian, faccia tosta e battuta pronta, non si fa mettere i piedi in faccia da nessuno. A processo per aver accoltellato un uomo, strada facendo sapremo perché, il bambino ammanettato si confronta con il giudice e intanto parte il lungo flashback che ricostruisce i fatti.
La fuga da casa di fronte alla scelta dei genitori di “vendere” la sorellina undicenne a un uomo adulto per sposarla, la vita pidocchiosa in cerca di qualcosa da mangiare, infine l’approdo in una specie di tugurio di latta dove una mamma etiope, clandestina pure lei, sta tirando su tra mille sacrifici il piccola Yonas. Lei ha bisogno di lavorare per procurarsi un documento d’identità, non può restare a casa, sicché Zain, in cambio di quella specie di alloggio, si trasforma nell’amorevole baby-sitter del pargoletto nero.
E ci fermiamo qui, perché sarà l’inizio di un incubo a occhi aperti, non sempre facile da sostenere per lo spettatore, nel precipitare tragico degli eventi (ma tranquilli c’è un mezzo lieto fine, affidato a un sorriso impagabile).
Lo stile è secco, quasi documentaristico, con musica ridotta al minimo, una fotografia realistica e mai effettata, attori che non paiono attori pur essendo tali; e naturalmente l’immagine forte del film, il suo nucleo simbolico, sta in quel pre-adolescente che si porta dietro su un carrettino il piccolo Yonas, nella speranza di trovare qualcosa per nutrirlo, fosse anche acqua e zucchero, mentre la madre, disperata e premurosa, non si sa che fine abbia fatto.
Scelto dopo infiniti provini, lo straordinario esordiente Zain al-Rafeea (porta lo stesso nome del personaggio) si impossessa del film sin dalla prima scena: il suo è il gesto clamoroso di un bambino che si ribella, che pone di tutti di fronte alla realtà insostenibile delle cose, che prova a sottrarsi come può al fosco andazzo medio-orientale.
“Cafarnao – Caos e miracoli” dura oltre due ore, non è una passeggiata, bisogna sapere che film si va a vedere, e tuttavia custodisce un messaggio di tiepida speranza, anche se non fa sconti per scelta estetica e morale.
PS. Sul tema il disegnatore Makkox, quello di “Propaganda Live”, ha realizzato un cartone che si ispira alla vicenda e ai personaggi del film.

Michele Anselmi

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