Paul Gascoigne è meglio di George Best? Parafrasando un noto motivetto calcistico, incentrato su due icone del calcio internazionale, quali Maradona e Pelè, il documentario Gascoigne di Jane Preston, prodotto da Salon Pictures e realizzato in collaborazione con la S.S. Lazio, è un omaggio al giocatore inglese, che ha militato nelle squadre del NewCastle United, Tottenham Hotspur, S.S. Lazio, Rangers ed Everton, ricordato come un genio sregolato da fare innamorare facilmente i suoi tifosi, ma allo stesso tempo facilmente in preda all’alcol e alla depressione da destare scandalo e vergogna nell’Inghilterra regale, ribelle e protestante, che lo spiò per ben oltre undici anni.

È lui lo Special One, secondo José Mourinho, un esempio da seguire per come giocava, secondo Wayne Rooney, il più grande giocatore inglese per il suo fascino, la sua vulnerabilità, secondo Gary Lineker, il miglior al mondo, che ha iniziato ad allenarsi vicino allo Stadio, dove abitava, con una pallina da tennis, madeleine di tutto il racconto filmico.

Chi di fede bianco-celeste non ricorda, appunto, il goal segnato sotto la Curva Nord nel derby contro la Roma? Chi non ricorda le sue punizioni da metà campo? I suoi assist? Le sue commoventi lacrime ai Mondiali di Italia Novanta? E il suo lato oscuro rappresentato dai molti infortuni e dalla depressione? Gascoigne è un documentario, costruito in due parti come i due tempi di una partita di calcio: la prima parte l’omaggia come un’icona del calcio attraverso lunghi flashback, la seconda come un calciatore sregolato e controllato per ben undici anni dalla stampa.

Sogni e tragedie hanno accompagnato la sua vita da calciatore: da tifoso del Newcastle cresciuto nelle giovanili del RedUnion, da amico sofferente per la morte del caro Steven, da calciatore a soli sedici anni nelle giovanili del New Caste, e poi da esordiente con il Tottenham Hotspur con un contratto stellare e con un goal segnato senza lo scarpino. E poi da partecipante ai Mondiali di Italia ’90 nella partita d’esordio contro l’Olanda e nella semifinale a Torino contro la Germania, che nell’arco di pochi giorni sarebbe diventata la vincitrice di quella competizione.

I suoi goal segnati da metà campo, i suoi tiri al volo, i suoi assist, le sue lacrime e la sua goliardia lo hanno reso l’icona di un calcio speciale. Il miglior calciatore di Inghilterra? A lui basta essere ricordato come il calciatore degli anni Novanta.

Alessandra Alfonsi