L’angolo di Michele Anselmi 

Tutto si può rifare e infatti tutto si rifà nel cinema italiano e dintorni, com’è noto le idee scarseggiano. Così domani, venerdì 20 gennaio, arrivano su Sky le prime due puntate di “Call My Agent. Italia”, la miniserie di sei che s’ispira, con qualche libertà di adattamento, alla francese “Chiami il mio agente!”, in originale “Dix pour cent!” (quattro stagioni su Netflix per complessivi 24 episodi).
Ho visto il primo episodio, intitolato “Paola”, come Paola Cortellesi, immaginando la fatica fatta dai produttori Carlo Degli Esposti e Nicola Serra, dalla sceneggiatrice Lisa Nur Sultan e dal regista Luca Ribuoli per trasportare da Parigi a Roma le buffe situazioni riguardanti un’incasinata agenzia cinematografica (ASK in originale, CMA in italiano): tra nevrosi, bizze, rivalse, amori, agnizioni, affari, contratti, paternità, maternità, omosessualità, lutti e compravendite. L’idea originale di Fanny Herrero e Cédric Klapisch? Far apparire in ogni puntata, per rendere tutto più vero, una celebrità del cinema francese, tranne forse due eccezioni, nel ruolo di sé stessa.
La prima puntata transalpina, risalente al 2015, era costruita interamente sulla brava/bella attrice francese Cécile de France, che qualcuno avrà visto in “The Young Pope” e “The New Pope” di Paolo Sorrentino, ma io preferisco ricordarla in “Hereafter” di Clint Eastwood. In “Chiami il mio agente!” l’interprete, allora appena quarantenne, doveva fare i conti con la richiesta imperiosa che veniva da una major hollywoodiana: o si faceva fare qualche iniezione di botulino per arrotondare le gote ed eliminare alcune rughette o poteva dire addio alla nuova trilogia western di Quentin Tarantino, per girare la quale stava prendendo da mesi lezioni d’inglese e di equitazione.
In “Call My Agent. Italia” (vai a sapere perché un titolo in inglese che richiama quello italiano dato alla serie francese) è appunto Paola Cortellesi a dar corpo, più o meno, alla stessa situazione. È un’attrice di successo, molto discreta sul piano mediatico, alle prese con una costosa serie internazionale sugli antichi etruschi, una specie di “Trono di spade a Tarquinia” sentiamo dire. Con l’aiuto di Alberto Angela, nei panni di sé stesso, Paola studia la cultura etrusca e impara addirittura alcune parole in quella remota lingua, dovendo incarnare la valorosa regina Tuskia. Ma quando tutto sembra pronto, ecco che gli americani cambiano idea: troppo “vecchia” Cortellesi, pur avendo dieci anni di meno, per incarnare la moglie della superstar Brad Pitt, a meno che…
Non dirò come va a finire, bisogna andare oltre i titoli di coda; ma nel caso aveste voglia di fare una comparazione tra i due episodi, quello francese del 2015 con Cécile de France e quello italiano del 2023 con Paola Cortellesi, capirete facilmente perché ci sono, anche sul piano espressivo, due mondi di mezzo. Laddove i francesi certo ironizzano, ma tenendo il punto, non temendo di far subito morire un personaggio e facendo affiorare un tema serio riguardo ai ritocchi plastici che deturpano i visi delle attrici, gli italiani la buttano in farsa, con una punta di cinismo da commedia vecchio stile, in fondo perché ci piace pensarci così, sempre pronti (pronte) a tutto, senza scrupoli.
Mi dicono che la seconda puntata, protagonista un sornione Paolo Sorrentino, sia venuta meglio. Vedrò certo con curiosità. Dimenticavo: nella prima si vede anche Paolo Genovese che scherza sulla genesi di “Perfetti sconosciuti” e viene evocata la coppia Borghi-Marinelli che il giovane agente gay della squadra vorrebbe vedere in tutti i luoghi, anzi “in tutte le montagne”. Carini entrambi i siparietti.

Michele Anselmi

PS. (POST SCRIPTUM SU PAOLO SORRENTINO)
Ho visto anche la seconda puntata, già disponibile su Sky Extra, di “Call My Agent. Italia”, la miniserie ispirata alla francese “Chiami il mio agente!”, che però era su Netflix. Purtroppo nemmeno la presenza di Paolo Sorrentino, s’intende nel ruolo di sé stesso, modifica granché il mio trascurabile parere rispetto a quanto scritto in un precedente articolo per il sito Cinemonitor che trovate in fondo a queste righe.
Lo so, non era facile riproporre il clima unico del modello parigino, cioè quel mix di buffo e doloroso, di specialistico e universale; e comunque, benché i personaggi italiani dell’agenzia siano quasi “pantografati” sugli originali, il clima è diverso, molto – direi troppo – da fiction nostrana, ramo generalista.
Sorrentino si diverte a fare Sorrentino al quadrato uscendo da un ascensore dove ha appena spintonato una suora (non nana, però). Scapigliato, sigaro, basettoni e orecchino, il regista napoletano parla alla sua maniera, forbita e allusiva, orchestrando uno scherzo che non racconterò. C’è di mezzo un ventilato progetto per una nuova serie tv originata dalle prime due sul Papa, talmente astruso che potrebbe, alla fine, perfino funzionare. Non saprei dire se il regista di “La grande bellezza” abbia contribuito a scrivere la propria parte, probabilmente no, ma è molto “sorrentiniano” (o “sorrentinesco”?) quando scandisce: “Puoi trovare nella scuola il sentimento più orrendo dell’essere umano: l’entusiasmo immotivato”; o anche: “Il critico cinematografico alligna con perseveranza nel cuore del genitore moderno”.
Per il resto il miglior in campo mi pare Federico Fazioli, che fa Claudio Maiorana, il carismatico e potente titolare dell’agenzia che s’è eclissato a Bali e non vuole più tornare a Roma dai suoi soci. Dice da là: “Mi sono rotto le palle. Non ne posso più delle riunioni via zoom, dei videoprovini, dei contratti americani, degli influencer, dei follower, dei remake francesi”. E sembra quasi un’autorecensione.