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Capotondi chiude la Mostra con un noir sui falsi d’arte. Jagger collezionista luciferino

La Mostra di Michele Anselmi | 13

Da una parte all’altra della barricata, ma sempre nel controverso mondo dell’arte. L’attore danese Claes Bang era Christian, l’ambizioso curatore di un museo d’arte moderna in “The Square” di Ruben Östlund; e ora incarna lo squattrinato critico James Figueras, disposto a tutto, in “The Burnt Orange Heresy” di Giuseppe Capotondi. La Mostra di Venezia l’ha scelto come film di chiusura: compito ingrato, perché di solito, finita la premiazione coi Leoni, tutti scappano dalla Sala Grande per sedersi alla cena di gala.
Eppure il film merita una visita quando uscirà da noi, essendo peraltro frutto di una coproduzione Italia-Regno Unito e girato tra Milano il lago di Como. Il regista, che si fece notare nel 2009 proprio qui al Lido con “La doppia ora”, ne parla come “di un racconto intrinsecamente faustiano mascherato da giallo neo-noir”. Un po’ è così. Per la serie: quali e quanti limiti morali siamo disposti a oltrepassare per realizzare le nostre ambizioni?
Figueras sembra già aver messo da parte ogni scrupolo. Stanco di abbindolare turisti americani per 200 euro a conferenza, giocando sui temi del vero e il falso nell’arte, il giovanotto finisce a letto con una bella americana in vacanza che viene da Duluth, la stessa città di Bob Dylan, e si chiama Berenice, come la protagonista di un racconto di Poe. Coppia perfetta, si direbbe, almeno per spassarsela un po’. Specie quando Figueras viene invitato nella prestigiosa dimora lacustre da un luciferino mercante d’arte che si chiama Joseph Cassidy e porta la faccia non convenzionale di Mick Jagger. Poi c’è il venerabile pittore Jerome Debney, una specie di Salinger della pittura impersonato dal barbuto Donald Sutherland, che vive in un cottage dentro la stessa proprietà e filosofeggia argutamente sul tempo che passa, l’avidità e la natura umana, nascondendo qualche segreto.
Avrete capito che l’incontro non è stato organizzato a caso: Cassidy vuole ad ogni costo l’unico quadro esistente di Debney, prima che scompaia nelle fiamme anche quello. Ma se non esistesse?
C’è un romanzo dell’americano Charles Willeford, che fu giallista e critico d’arte, alla base del film: in Italia fu pubblicato da Bompiani nel 1996 come ”Il quadro eretico”, ma Capotondi recupera il titolo originale, appunto “The Burnt Orange Heresy”. Ovviamente “L’eresia dell’arancione bruciato” non significa nulla, trattasi, come sentiamo dire da Debney, di “osso per i critici”; ma noi sappiamo, come teorizza Figueras nella sua lezione iniziale, che “l’arte non esisterebbe senza la critica, il mio compito è separare le bugie buone da quelle cattive”.
Il film impasta, in una chiave tra smaltata e teatrale, gli ingredienti dell’inganno, delle maschere, della vergogna, dell’avidità. E intanto il clima si fa minaccioso, prima o poi qualcuno farà una brutta fine.
Viene da pensare a certi film di Fabio Carpi e Roberto Andò, anche se Capotondi non rinuncia nel finale a qualche suggestione hitchcockiana. Il tutto è un po’ artificioso sul piano stilistico, pure verbosetto, però i 98 minuti passano svelti. Jagger e Sutherland fanno gli istrioni a ruota libera, Bang è ambiguo/meschino quanto basta, ma la migliore in campo è Elizabeth Debiki, che già si fece apprezzare nella miniserie spionistica di Susanne Bier “The Night Manager”.

Michele Anselmi

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