L’angolo di Michele Anselmi

Ha qualche ragione Carlo Carlei quando ricorda a “Hollywood Party”, in merito alle serie tv di taglio poliziesco, che il nome del regista spesso finisce sotto silenzio, quasi non fosse importante ai fini della resa spettacolare, insomma come se tutto si facesse da solo. Di solito, nella considerazione giornalistica, contano solo gli attori e gli autori dei libri dai quali sono tratte le storie oggi definite “crime”.
Nel caso di “La fuggitiva”, la nuova miniserie di Raiuno in quattro serate partita ieri sera, direi che la mano del regista si senta, eccome: taglio delle immagini, scelte cromatiche, sottolineature emotive. Si sente meno, purtroppo, la mano dei numerosi sceneggiatori coinvolti, che sono Salvatore Basile, Nicola Lusuardi, Alessandro Fabbri, Federico Gnesini, più lo stesso Carlei. Naturalmente bisognerà entrare nel vivo della vicenda, che si annuncia fitta di colpi di scena, per esprimere un giudizio più accurato, ma intanto si registra, sul piano degli ascolti, un incoraggiante avvio: 5.230.000 spettatori pari al 21,4% di share.
“La fuggitiva” aggiorna un cliché classico del genere, e non bisogna essere cinefili per ricordare “Il fuggitivo” di Andrew Davis con Harrison Ford, a sua volta tratto dalla serie tv “Il fuggiasco”. Qui, però, tutto è trasposto al femminile, un po’ per rinnovare e un po’ per aderire, immagino, a un precetto della Rai.
“A volte l’unica salvezza è scappare” scandisce il paterno serbo-bosniaco incarnato da Ivan Franek, il quale salvò la piccola Arianna da morte sicura durante una rapina nella villa piemontese dei suoi genitori, rimasti uccisi. Cresciuta in Serbia nel cuore della guerra etnico-civile, col nome di Vesna (sarà un omaggio a “Vesna va veloce” dello scomparso Carlo Mazzacurati?), Arianna tornò in Italia nel 1999 per essere adottata da un politico influente che le fece da padre. Ed eccola oggi, con il volto armonioso e il corpo slanciato di Vittoria Puccini, mentre il marito assessore regionale in Piemonte presenta alla stampa un ambizioso progetto immobiliare. Solo che c’è tensione nell’aria. Poco dopo l’assessore viene trovato in casa trafitto al cuore da un pugnale e tutte le prove portano ad Arianna, lesta a scappare di nuovo, insieme al figlioletto, per non finire in galera.
Dove sta la prima sorpresa? Nel fatto che Arianna non è la donna che sembra: dolce e borghese. Un po’ come Nikita o Hanna, tra le tante cine-eroine citabili, fu istruita a difendersi da sola, e l’addestramento serbo le tornerà comodo in questo frangente: infatti mette ko due “vigilantes”, sa sparare, rendersi invisibile, camuffarsi a colpi di parrucche, rubare automobili. Ha tutti contro, tranne un giornalista, cioè Eugenio Mastandrea, che sembra credere in lei; e anche la poliziotta incaricata di beccarla, cioè Pina Turco, comincia ad avere qualche dubbio. Esattamente come succedeva al segugio Tommy Lee Jones nel “Fuggitivo”.
Altra suggestione: le due donne, la fuggiasca e la sbirra, sembrano avere qualcosa in comune, a partire dalle pillole che debbono ingurgitare per lenire antichi e ancora non spiegati dolori fisici.
Diciamo che, per ora, il bollente clima da “action thriller” promesso da Carlei risulta un po’ congelato, come imbrigliato dai vincoli della presentazione; ma immagino che, nel proseguo degli eventi, le avventure dell’audace donna “incastrata” si faranno più coinvolgenti e serrate. Vittoria Puccini, nelle mosse e nelle espressioni, ogni tanto ricorda la tosta vendicatrice Jennifer Garner di “Peppermint”, ma forse è solo un’impressione mia; di sicuro Arianna è ripresa sempre di corsa, da vicino e da lontano, quasi a rendere l’idea di una fuga anche metaforica dai fantasmi che la tormentano.

Michele Anselmi