HIGHLIGHTS Recensioni

Carlo Vanzina un anno dopo. Un ritratto affettuoso ma forse un po’ agiografico

La Festa di Michele Anselmi

Ha ragione Christian De Sica: “I registi di solito sono lugubri. Carlo, invece, era un uomo molto spiritoso, anche sul set”. Carlo è Carlo Vanzina, il regista scomparso a 67 anni l’8 luglio del 2018, ucciso da un tumore. Un documentario di Antonello Sarno, “Carlo Vanzina. Il cinema è una cosa meravigliosa”, lo ricorda oggi alla Festa di Roma: proiezione pubblica alle 17.30, Sala Petrassi. L’omaggio prodotto da Medusa è gentile, affettuoso, solo un po’ agiografico, nel senso che dagli spezzoni di film, dai “dietro le quinte” sui set e dalle interviste ad amici e colleghi esce il ritratto, vagamente monocromatico, di un uomo e un artista senza un’ombra, senza un difetto.
Eppure Vanzina, per quanto timido e laconico, certo “un gran borghese che legge, crede nei valori e nella famiglia” come puntualizza il fratello maggiore Enrico, sapeva sorridere di sé stesso, pure del cinema che faceva, orgogliosamente popolare, dalla parte del pubblico, almeno fino a quando, un po’ alla volta, anche il pubblico cambiò.
Nell’ambiente qualcuno lo chiamava “Via col mento”, a causa della scucchia pronunciata. Ma lui non se la prendeva, così come aveva accettato con una certa bonomia la parodia scomposta che faceva di lui il comico Francesco Salvi. Del resto Carlo era uno dei più arguti, insieme al fratello, nell’escogitare nei dopocena a casa del press-agent Enrico Lucherini soprannomi umoristici da affibbiare alla gente del cinema, in linea col gusto satirico che era stato di papà Steno. Non so se ci sia del suo, ma mi fa sempre sorridere quell’impertinente “Sotto il vestito gente” affibbiato a Serena Grandi dopo l’exploit con “Miranda”.
Ogni tanto, prima che la malattia lo stremasse, lo vedevo passeggiare a Villa Borghese, dalle parti del cosiddetto Parco dei daini, col suo cagnolino: la zazzera beatlesiana di sempre, ormai ingrigita, il sorriso aperto appena velato da una pungente malinconia che straripava dai suoi occhi. Proprio sotto quegli alberi si conclude il documentario di Sarno, con il fratello Enrico che passeggia mestamente verso la telecamera, a un passo dalla commozione, ricordando uno dei film prediletti da Carlo: “Ghost” di Jerry Zucker. E intanto amici come Carlo Verdone, Claudio Amendola, Massimo Ghini, Vincenzo Salemme, Massimo Boldi, Jerry Calà, Aurelio De Laurentiis, Isabella Ferrari, Marco Risi, Diego Abatantuono, Luca di Montezemolo, Giovanni Malagò, Enrico Lucherini e altri ancora, più le tre figlie Virginie, Isotta e Assia, ricostruiscono il loro rapporto – umano, professionale, familiare – con il cineasta scomparso.
L’ho già raccontato. Ci fu un periodo, quando lavoravo a “l’Unità”, nel quale anch’io ripetevo, parafrasando Croce: “Perché non posso non dirmi vanziniano”. Non è che mi piacessero davvero i loro film, a parte cinque o sei, tra i quali “Sapore di mare” e “Il pranzo della domenica”, ma di sicuro, tra alti e bassi, exploit incontestabili e toppate clamorose, “vacanzinate” doc ed esperimenti in costume o polizieschi, la formidabile coppia sapeva afferrare al volo l’aria del tempo.
Poi non è vero, come vuole il luogo comune, che i film dei Vanzina fossero sempre massacrati dalla critica, s’intende “ottusa”; e comunque i due fratelli se ne fregavano allegramente, pure giustamente. È vero però che il loro cinema, anche il più tirato via, custodisce sempre almeno un’osservazione acuta sulle classi sociali, uno sguardo pertinente su una certa volgarità diffusa, pure un distacco “aristocratico” sulla natura umana e la durata del successo. Non a caso una delle battute preferite da Carlo, presa in prestito al francese Jules Renard, era: “Quando le cose vanno bene, non bisogna spaventarsi, tanto passano”.
Ogni tanto spira un’aria da “Circolo Canottieri Aniene” nel filmato di Sarno, e magari quell’esclusivo club bene s’intonava a una certa immagine alto-borghese di Carlo Vanzina. Anche se poi era il cinefilo accanito, gran cultore della Hollywood che fu, a imporsi sulla mondanità capitolina. Resta il rimpianto dell’amico Giuseppe Tornatore: s’erano dati appuntamento per rivedere insieme, nella saletta personale del regista siciliano, il loro western preferito, “L’uomo che uccise Liberty Valance” di John Ford. Quella maledetta malattia non lo permise.
“Più bello della vita / Non c’è niente / E forse tanta gente / Non lo sa… non lo sa” canta Shirley Bassey in italiano sui titoli di coda (“La vita”, 1968).

Michele Anselmi

Condividi quest'articolo