L’angolo di Michele Anselmi

Vi piacciono le serie poliziesche di ambientazione nordica, tra pioggia e neve, il mare incombente, paesaggi un po’ lividi, case calde dove giri in maglietta anche in inverno e vecchi edifici in disuso e umidi, prossimi ad essere demoliti, dove c’è sempre qualche truce assassino che inscena rituali macabri? Su Netflix, da pochi giorni, danno la terza stagione di “Deadwind”, altre 8 puntate che si aggiungono alle 12 della prima e alle 8 della seconda. Di nuovo, ovviamente, è di scena la tosta e vedova poliziotta Sofia Karppi incarnata da Phila Viitala, oggi quarantenne e forse un po’ appesantita dopo una recente gravidanza (porta sempre maglioni molto larghi sotto la giacca a vento).
Richiamata al lavoro a Helsinki, dopo una pausa di riflessione, la dolente/incasinata poliziotta dai capelli vaporosi e dal leggero strabismo di Venere, ritrova il collega Sakari Nurmi, pure lui aggravato da guai familiari ma con una nuova fiammante Porsche sotto il sedere (ama le auto sportive di lusso). Insieme debbono risolvere alcuni casi di omicidio, davvero sanguinari, che portano probabilmente a una stessa mente. C’è di mezzo una clinica medica che sta elaborando (e forse testando in modo irresponsabile) un farmaco, il Reahxin, capace di eliminare la tossicodipendenza dalle droghe. Karppi intuisce subito: una specie di logo greco, che rimanda al “Giuramento di Ippocrate”, è la chiave per scoprire l’assassino. Ma intanto altre storie, diciamo “orizzontali”, s’intrecciano con l’indagine principale.
Rispetto alla seconda stagione, piuttosto abborracciata e frettolosa, gli autori hanno compiuto un discreto sforzo sul fronte della scrittura nel realizzare questa terza. Senza nulla togliere a Petra Delicato di Paola Cortellesi, altra poliziotta umorale e scostante da piccolo schermo, direi che con Sofia Karppi di Pihla Viitala siamo su un altro pianeta. Basterebbe vedere il modo in cui impugna la pistola e picchia chi le dà della “puttana”. Qui sotto quanto scrissi nel luglio 2020, dopo aver visto la prima serie di “Deadwind”.
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■ di Michele Anselmi per Cinemonitor, 22 luglio 2020
Ricordavo di aver visto da qualche parte il bel volto di Pihla Viitala, l’attrice finlandese protagonista della serie poliziesca “Deadwind” (potete vedere le due stagioni su Netflix). Vi interpreta la tosta e incasinata detective Sofia Karppi della sezione omicidi. Ricordavo bene: nel 2015 fece una parte nel film di Cristina Comencini “Latin Lover”, era la figlia svedese, Solveig, avuta dal grande attore scomparso, una specie di Mastroianni: una delle cinque disseminate qua e là nel mondo che si ritrovano in Puglia, insieme alle due mogli, per i funerali del mitico sciupafemmine. Lì era bravina, giusta, ma niente in confronto a come appare in “Deadwind”. Giustamente Aldo Grasso ha scritto su “Io Donna”: “La scrittura pulita, i paesaggi innevati e spogli, un’insistenza su colori freddi e scuri contribuiscono a rendere il prodotto godibile, anche al netto di pause, silenzi, momenti a bassa tensione, confezionando nel complesso un titolo meritevole di un genere ormai cult”.
E tuttavia a me sembra che “Deadwind” sia qualcosa di più e di meglio. In originale intitolata “Karppi”, come il cognome della poliziotta, la serie (20 episodi in tutto, di 45 minuti l’uno) intreccia con modalità classiche, e anche qualche divagazione a sorpresa, le indagini sulla morte misteriosa di una giovane donna “che sapeva troppo” ritrovata in un cantiere edile, gli interessi di una società energetica non così pulita e “green” come sembrerebbe, i casi personali della protagonista, da poco rimasta vedova con due figlie, la prima delle quali non sua, lo strano rapporto, tra detto e non detto, che si crea con il giovane collega Sakari Nurmi, all’inizio appena sopportato da lei, alcuni segreti inconfessabili che vengono da lontano.
Naturalmente è Pihla Viitala, doppiata qui da Gea Riva, la risorsa principale di “Deadwind”; il regista e ideatore Rike Jokela ha avuto mano felice nello scegliere quest’attrice, ora 37enne e con studi classici alle spalle, che non tarderemo a vedere ingaggiata a Hollywood una volta passata l’emergenza. Gran massa di capelli biondi, un leggero strabismo di Venere, il viso armonioso e non convenzionale, un fisico “normale” ma con un piglio sbadatamente sexy dentro quegli abiti maschili da battaglia (giaccone invernale, maglioni, jeans neri e scarponi), Sofia Karppi è l’ennesima variazione in chiave scandinava sul tema della detective audace e irruente che si immerge nei casi, spesso scottandosi, per non pensare a sé stessa.
Il tutto, come si diceva, viene dalla Finlandia, uno dei Paesi nordici che si è aggiunto al combattivo gruppo dei “frugali” nel recente negoziato di Bruxelles. Ma è anche vero che la Finlandia è la terra di Aki Kaurismäki, uno dei cineasti più interessanti ed eterodossi che ci siano al mondo.

Michele Anselmi