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Ce ne vuole per trovare qualcosa di buono in “Domino” di De Palma

L’angolo di Michele Anselmi

Ce ne vuole per trovare qualcosa di buono, o di appena decente, in “Domino” di Brian De Palma. Bisogna proprio essere tifosi del 78enne cineasta americano, insomma “depalmiani” irriducibili: perché il film in questione, nelle sale da giovedì 11 luglio con Eagle Pictures, è un’autentica schifezza. D’altra parte è stato lo stesso De Palma a disconoscerlo, dovunque. “Non è un mio progetto, non ho scritto io la sceneggiatura, mai avuta un’esperienza così terribile su un set” ha confessato il cineasta de “Gli intoccabili”, lamentando la mancanza di soldi, la povertà degli effetti speciali, la scarsa affidabilità della produzione tutta europea, pure il montaggio finale affidato ad altri.
Tuttavia resta da chiedersi perché si sia imbarcato in un’impresa del genere, a sette anni da quel “Passion” che già non era granché. Probabilmente una questione di denaro o la voglia di tornare in campo ad ogni costo per vedere l’effetto che fa. Eppure è lui ad avere scelto quegli attori terribili, due dei quali vengono dalla serie “Il trono di spade”; è lui ad aver girato alcune scene da “buona la prima”; è lui ad aver escogitato, citando il sé stesso dei tempi d’oro, due sequenze di suspense che oggi risultano, almeno ai miei occhi, solo patetiche e artificiose. In una parola: vecchie.
Cresciuto post-godardiano e presto diventato fantasiosamente hitchcokiano, De Palma ha saputo nella sua lunga carriera maneggiare formalismo estetico ed eclettismo creativo, ma “Domino” assomiglia a uno degli ultimi film di Dario Argento, e forse non è un caso: lo vedi e ti chiedi che fine abbia fatto il talento di un tempo.
D’altro canto, con quel copione scombinato era difficile andare da qualche parte. Siamo a Copenhagen nel giugno del 2020, dove i poliziotti Christian e Lars, l’uno più giovane e sciupafemmine, l’altro stagionato e pensoso, finiscono in una storia più grande di loro, tra attentati dell’Isis, manovre della Cia, vendette personali. Quando uno dei due ci rimette la pelle, e non vi diciamo perché, all’altro non resterà che prendere in mano l’indagine, contro tutto e tutti, insieme a una bella collega molto arrabbiata.
Da Copenhagen ad Amsterdam fino all’epilogo nell’assolata Almeria spagnola, addirittura dentro un’affollata “plaza de toros” dove i terroristi islamisti stanno per far saltare un ordigno, “Domino” arranca per circa 85 minuti tra inseguimenti, sparatorie, torture, fanatismi e scene ripetute – si direbbe – per fare metraggio. L’interesse del film dovrebbe risiedere nello sguardo “teorico” che De Palma posa, come già nel ben più risolto “Redacted”, sui diversi formati dell’immagine digitale nell’epoca dell’Isis; e quindi video di propaganda con teste mozzate, telecamere di sorveglianza, split-screen e continui passaggi dal bianco e nero al colore, addirittura droni terroristi per “catturare” meglio l’effetto delle stragi. Il tutto impacchettato nella musica fuori misura (e contesto) di Pino Donaggio, mentre anche il raffinato direttore della fotografia José Luis Alcaine poco può in quel contesto.
Come si diceva, i due interpreti principali, Nikolaj Coster-Waldau e Carice van Houten, sono di rara inespressività, e pure Guy Pearce fa il minimo sindacale. Carina la battuta: “Siamo americani, leggiamo le vostre e-mail”. Non si capisce bene, invece, perché definire una Mito dell’Alfa Romeo, pure usata dai due sbirri in trasferta per seguire i cattivi, “una macchina alla Topolino”.

Michele Anselmi

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