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C’È UN GRANDE FILM DA NON PERDERE: “UNA NOTTE DI 12 ANNI”. URUGUAY NERO 1973-1985: QUANTO PUÒ RESISTERE UN UOMO?

L’angolo di Michele Anselmi 

Ne uscirono vivi, sia pure con il corpo spezzato dagli stenti, ma ancora capaci di intendere e di volere. Un miracolo. Perché dopo dodici anni di segregazione dura, ai limiti dell’umana sopportazione, tra privazioni assolute, carceri a rotazione, fame, sete e malattie, molti non avrebbero resistito a quel macabro esperimento, a quella nuova forma di tortura prolungata.
“Voi non siete detenuti, siete ostaggi: e vi faremo impazzire” aveva promesso infatti l’ufficiale del governo golpista, guidato da Juan María Bordeberry, nel tirarli fuori nottetempo dalla prigione per farli di fatto scomparire. Il tutto avvenne tra il 1973 e il 1985, i tre Tupamaros si chiamavano José “Pepe” Mujica, Mauricio Rosencof ed Eleuterio Fernández Huidobro: con il ritorno della democrazia sarebbero diventati rispettivamente il presidente dell’Uruguay (a 75 anni), uno scrittore e poeta di fama, un deputato e ministro della Difesa.
Era da tempo che non vedevo un film potente, struggente, straziante come “Una notte di 12 anni” del regista Álvaro Brechner, classe 1976, nato a Montevideo ma attivo in Spagna. Lo so, c’è chi dirà: abbiamo appena visto “Santiago, Italia”, dobbiamo farci ancora del male? Io dico: sì. Certo “Una notte di 12 anni” non è una passeggiata, però ha ragione il collega Roberto Escobar quando sintetizza su Facebook: “Un film duro ma colmo di umanità”. Viene da pensare a “Papillon”, ogni tanto, per la ferocia sistematica e diabolica con la quale i tre, prelevati nottetempo dal loro carcere il 7 settembre del 1973, vengono avviati verso un’infinita via crucis: incappucciati, legati, denutriti, condannati al silenzio, privati di tutto.
Credo che nessun regista italiano, con l’eccezione forse di Marco Bechis di “Garage Olimpo”, avrebbe saputo non dico realizzare ma neppure concepire un film del genere. Una lugubre frase di Kafka tratta dal racconto “Nella colonia penale” – “Lui conosce le sue condizioni?”. “No, le conoscerà il suo corpo” – introduce l’atroce storia, che il regista riassume così: “Che cosa resta di un uomo dopo che è stato spogliato di tutto?”. Il film non spiega perché i tre non furono fucilati, “suicidati” o seviziati secondo le consuetudini care ai regimi militari sudamericani; ma “l’esperimento”, confermato da libri, testimonianze e documenti, fu condotto con lucida determinazione, anche nella sostanziale distrazione della Croce rossa (c’è una scena piuttosto impressionante in materia).
Sempre spostati in gruppo eppure isolati l’uno dall’altro, i tre passarono 4.323 giorni in quelle condizioni, in un up-and-down di piccole concessioni e brucianti delusioni, spesso a un passo dalla pazzia, o dentro una progressiva psicosi. Ma non pensate a un film carcerario classico: nel corso dei suoi 123 minuti, “Una notte di 12 anni” esce ogni tanto da quei tuguri, da quei sylos, da quelle celle per ricostruire gli antefatti, come un assedio finito male, o per evocare gli incubi dei poveretti, i penosi e rari incontri con i familiari.
Non tutti i militari di guardia sono descritti come belve; uno ad esempio si farà scrivere da Rosencof, una specie di novello Cyrano, lettere d’amore a una donna che gli piace, ricevendo in cambio un po’ di mate, una matita e qualche foglio di carta. E intanto, scandito da scritte e reperti televisivi, il tempo passa lentamente: 1975, 1979, 1981, 1985…
“Gli unici sconfitti sono quelli che si arrendono” mormora una madre al figlio vacillante, “Pepe”, che sembra avviato sul piano inclinato del cedimento psico-fisico. Il film non li descrive come eroi, e nemmeno si occupa di rivalutare la politica armata dei Tupamaros, semmai sta sui loro corpi avviliti, su quegli abiti cenciosi, sui lori sguardi svuotati di senso, di immagini, di suoni. Non per niente echeggia a un certo punto “The Sound of Silence” di Simon & Garfunkel, ma nella dolorosa versione di Silvia Pérez Cruz.
Nelle sale da oggi 10 gennaio con Bim-Movie Inspired dopo il passaggio a Venezia 2018, “Una notte di 12 anni” non esisterebbe, naturalmente, senza la prova dei tre attori protagonisti, che sono Antonio De La Torre (Mujica), Chino Darín (Rosencof) e Alfonso Tort (Huidobro), tutti dimagriti una quindicina di chili per restituire i corpi macilenti degli “ostaggi” e molto intensi, prodigiosi, nel rendere quel mix di desolazione, attesa, dignità perduta e riconquista. Per fortuna la loro odissea nell’abiezione finì bene.

Michele Anselmi

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