L’angolo di Michele Anselmi 

Meglio non si poteva dire. “Credo che l’arte sia nell’occhio di chi osserva, e che nessuno possa proclamarsi artista. Spesso è il lavoro umile a raggiungere i risultati più alti”. Così Steven Spielberg intervistato da Antonio Monda su “la Repubblica”, per il lancio di “The Fabelmans”, dal 22 dicembre nelle sale con 01-Rai Cinema. Il regista più famoso al mondo, americano, classe 1946, from Cincinnati, applica da anni questo profilo basso al suo cinema, bene sapendo che l’arte, quando c’è e si effonde in platea, quasi mai è frutto di un calcolo preciso, programmatico. Diciamo che lo sguardo di chi racconta è tutto, insieme a un buon senso dello spettacolo, al rifiuto della noia e… alla linea d’orizzonte (bisogna vedere l’ultima sequenza del film, magnifica, per capire il riferimento estetico).
Sarebbe stato meglio italianizzare il titolo, chiamando il film “I Fabelman”, per evitare quanto accadde con “The Sopranos” (anche lì erano i Soprano, senza la “esse”). Ma siamo provinciali anche quando si potrebbe evitare, e quindi ecco “The Fabelmans”. Dura 151 minuti, è una storia fortemente autobiografica, nel senso che racconta la vita di Spielberg tra i 7 e i 18 anni, in una chiave che oggi va di moda chiamare “auto-fictional”. Insomma, infanzia, vocazione e prime esperienze, il tutto chiudendosi nel 1965: sei anni dopo, nel 1971, il giovanotto avrebbe stupito il mondo col suo “Duel”.
Lo so, al cinema si può parlare di sé stessi fermandosi esteticamente all’autoscatto, con l’illusione di rappresentare una stagione indimenticabile della propria gioventù; oppure si può parlare di sé stessi svelando una condizione speciale ma dai tratti universali, in modo che l’autobiografismo diventi un racconto emozionante, capace di arrivare a tutti. Alla seconda categoria ascriverei “The Fabelmans” di Spielberg (alla prima “Forever Young – Les amadiers” di Valeria Bruni Tedeschi). Presentato in anteprima italiana alla Festa di Roma, il film è stato già ampiamente recensito e raccontato. Diciamo allora, per farla breve e non svelare troppo a chi lo vedrà dopo il pranzo di Natale, che l’ebreo Sam Fabelman è a tutti gli effetti Steven Spielberg, con le libertà creative del caso.
Si parte dal gennaio 1952, quando il ragazzino di sei anni resta sconvolto di fronte alla visione, con i suoi familiari, del film “Il più grande spettacolo del mondo” di Cecil B. De Mille. Quel treno che deraglia dai binari e s’impenna con effetti devastanti diventa subito un’ossessione per Sam detto Sammy, il quale proverà presto, con dei modellini ricevuti in regalo, a ricostruire la scena filmandola. Famiglia numerosa, quella dei Fabelman, il ragazzino ha tre sorelle; ma, sotto le apparenze, infelice a modo suo, per dirla col motto di “Anna Karenina”. Il padre, un genio informatico, è soave e remissivo, una pasta d’uomo; ma la madre, pianista e ballerina, non l’ama più: “Ha una gentilezza che uccide” confessa, infatti lo tradisce da tempo con lo zio Benny.
Il film segue i trasferimenti della famiglia, dall’Ohio all’Arizona, infine alla California; e intanto Sammy è cresciuto, trovando nel cinema un antidoto alla tristezza che avvolge l’esistenza familiare. Con mezzi artigianali, ingaggiando gli amici come attori e trasformando le carrozzine in carrelli, allestisce western, film di guerra, documentari scolastici (il “Ditch Day 1964”), con risultati sempre più effervescenti, mirabolanti.
“A volte le cose non si possono sistemare. Possiamo solo soffrire” sentiamo dire a un certo punto. Così per Sammy il cinema amatoriale diventa una passione e una terapia, un incantamento; anche un modo per sfuggire, lui ebreo non osservante e assai pungente, all’antisemitismo strisciante, al bullismo diffuso, allo stupore maschile nei confronti di una disinvolta ragazza cattolica, alla mestizia del padre mollato dalla moglie. Sarebbe un crimine rivelare il finale di speranza, altamente istruttivo, evocato più sopra, ma bisogna sapere che le cose andarono per il giovane Spielberg esattamente così, parola per parola.
Scritto con Tony Kushner, fotografato da Janusz Kaminski e musicato da John Williams, “The Fabelmans” è un romanzo di formazione, a tratti divertente, a tratti desolato, che adotta l’occhio del giovane protagonista sulle cose della vita per “spiegare” le radici di un cinema, quello così variegato di Spielberg, sempre teso a raccontare in fondo la stessa storia: la fatica del crescere, la verità racchiusa nel massimo della finzione, annidata nei dettagli rivelatori (stupenda, da questo punto di vista, la scoperta quasi casuale della tenera liaison tra la mamma e Benny).
Inutile dire che pochi cineasti come Spielberg sanno trarre il meglio dai suoi attori. Qui tutti aderiscono alla partitura insieme toccante e tragica: da Gabriel LaBelle e Mateo Zoryan che fanno Sammy adolescente e bambino, a Paul Dano e Michelle Williams, che sono i due genitori, e poi Seth Rogen, Judd Hirsch, Chloe East, David Lynch e infiniti altri. Non so se sia un capolavoro, fatico un po’ a usare questa parola; ma di sicuro è un film che pesca in una condizione umana particolare per parlare di tutti noi in generale.

Michele Anselmi