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“C’era una volta a… Hollywood”. Sarà pure divagante ma io non ho mai guardato l’ora

L’angolo di Michele Anselmi 

D’accordo, non sarà il miglior film di Quentin Tarantino, personalmente continuo a preferire “Bastardi senza gloria”, e tuttavia l’opus n. 9 dell’adrenalinico regista non mi pare solo un giocattolone nostalgico, una spacconata autoriferita, insomma un catalogo di amorazzi cinefili e di personaggi minori, un atto d’amore nei confronti di Los Angeles, eccetera. Mercoledì 18 settembre esce nelle sale in centinaia di copie “C’era una volta a… Hollywood”, uno dei film più attesi dell’anno, e consiglio di vederlo con animo sgombro da pregiudizi, lasciandosi andare al flusso delle immagini e delle trovate, magari senza farsi piacere tutto, e però riconoscendo il magistero di questo cineasta a suo modo unico nel panorama mondiale.
“Tarantiniano” è da anni un aggettivo che denota uno stile espressivo, una certa idea di chiacchiera, un muoversi disinvolto tra fantasia e storia, quasi che il cinema fosse capace di raddrizzare il corso tragico degli eventi (accade anche qui e chi rivela di più è un criminale).
Ormai, dopo l’anteprima mondiale a Cannes 2019 e decine di interviste al regista, saprete tutto o quasi di “C’era una volta a… Hollywood”: siamo nella Los Angeles del febbraio 1969, salvo un epilogo ambientato sei mesi dopo, e certo non se la passa più tanto bene Rick Dalton, un attore che fu di belle speranze ma presto si ritrovò a girare serie tv come “Bounty Law”, filmetti di guerra dove usava il lanciafiamme e stanchi show canterini. Solo e immalinconito, l’ex divetto è alle prese con il pilot di una nuova serie tv diretta da Sam Wanamaker dove l’hanno conciato da pistolero-hippy per non farlo troppo riconoscere. L’unico amico che ha è Cliff Booth, sua controfigura storica, nonché autista e factotum: un uomo saggio, atletico, su cui pende un sospetto di omicidio, dalla battuta pronta e per nulla sorpreso dalla piega presa dalle cose. Il sodalizio sembra essere ispirato a quello tra Burt Reynolds e Hal Needham; ma poco importa perché Tarantino, chiamando Leonardo DiCaprio e Brad Pitt a incarnare i due, reinventa le dinamiche e ci mette del suo.
Poi c’è Sharon Tate, qui col visetto, i capelli biondi e le gambe scattanti di Margot Robbie, che in quei mesi abita con Roman Polanski, lanciatissimo dopo “Rosemary’s Baby”, in una villa a Cielo Drive, sulle colline di Bel-Air, e il caso vuole che il suo vicino di casa sia proprio Dalton. L’attrice, finita nel mirino di Charles Manson e della sua setta di fricchettoni sanguinari insediatasi nel lugubre Spahn Ranch, è incinta, ignara della minaccia che grava su di lei, tanto è vero che è appena andata a vedere al cinema, divertendosi, il film girato accanto a Dean Martin, il cui titolo italiano suonava “Missione compiuta stop. Bacioni. Matt Helm”.
Avrete capito che le due vicende, per un po’ raccontate in modo parallelo da Tarantino, sono destinate a intrecciarsi nel fatidico 9 agosto di quello stesso anno. Ma non andrà esattamente come registrò la cronaca.
A me piace proprio l’andamento divagante, poco organico, quasi rapsodico, con digressioni buffe e accensioni horror, che Tarantino impone alla sua sgangherata “cine-epopea” di 160 minuti. Lo so, altrove il regista s’è dimostrato più coerente, diciamo pure più efficace, ma come sempre sono i dettagli curiosi, le strizzatine d’occhio, le ricostruzioni d’ambiente a innervare il suo cinema, che però non è solo “citazionista”.
Benché giustamente consideri “solo un cazzo di farsa” i film western all’italiana, Dalton accetta una trasferta a Roma, su consiglio del luciferino agente Schwarzs incarnato da Al Pacino, per rimettersi a fare l’eroe buono con Sergio Corbucci, Giorgio Ferroni e Antonio Margheriti; e da lì tornerà addirittura con una moglie piuttosto esosa, che però nella versione originale parla italiano con accento spagnolo. Sono “siparietti”, vero, ma alla fine contribuiscono a mettere a fuoco il tumefatto carattere di Dalton, uno che combatte per restare a galla, per non sentirsi finito, anche per offrire una prova decente nei contesti più impervi.
Il confronto con la saputella attrice adolescente, per esempio, è condotto sul filo di una scrittura arguta: spiritosa e insieme toccante. Mentre fa molto ridere il match tra un borioso Bruce Lee e il disincantato Cliff Booth, destinato a risolversi con un ennesimo sberleffo sull’artificiosità del cinema.
Può darsi che alcuni episodi risultino “giochini privati”, svogliature cinefile, omaggi adolescenziali; ma Tarantino è l’alfiere di un rivendicato sincretismo espressivo, nel quale far confluire paradossi storici e mitomanie artistiche, in modo che ciascun spettatore prenda ciò che preferisce.
DiCaprio e Pitt sono magnifici nell’intrecciare i duetti sul tempo che passa, il lavoro che non c’è più, la parabola discendente dell’attore. Anche se, naturalmente, tutto quanto imparato sui set alla fine tornerà utile quando ci sarà da menare le mani.

Michele Anselmi 

Leggi il punto di vista di Chiara Roggino

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