Domenico Iannacone torna con la terza stagione di “Che ci faccio qui”, in onda il sabato sera dalle 21:45 su Rai 3 e disponibile anche su RaiPlay.
Nell’episodio uscito sabato 23 aprile, intitolato “L’amore perduto”, l’autore e regista torna presso l’Associazione Casale Caletto, dove ritrova Mirko Frezza. Frezza, co-fondatore dell’associazione che si occupa di dare piatti caldi e altri aiuti materiali ai residenti bisognosi del quartiere, ha passato gran parte della sua vita tra carceri ed arresti domiciliari, prima del suo riscatto avvenuto intorno ai quaranta anni ed una nuova vita da attore cinematografico.
“Quando nasci zoppo, come fai a correre?” si chiede Mirko nel presentare Nicola, una di quelle persone a cui la vita non ha lasciato scelta, costretto da una famiglia criminale a delinquere sin da quando ha sei anni, e a soli dodici anni spinto dal padre a sparare alla madre per un regolamento di conti. Una vita che nessuno si meriterebbe di vivere, le cui cicatrici sono ben visibili sul viso e nella psiche dell’ormai quarantacinquenne che si definisce “stuprato dalla vita”, dopo aver passato trenta anni in carcere, decine di TSO e tre tentativi di suicidio.
Iannacone ci regala l’ennesima storia di vita, de-drammatizzando una realtà già tanto drammatica da non aver bisogno di inutili sensazionalismi; il che colloca il lavoro del giornalista originario di Torella del Sannio lungo il solco della migliore tradizione del neorealismo televisivo italiano. Le inchieste raccontano con una forte impronta poetica le storie di vita degli ultimi, di coloro che vivono ai margini della nostra società, in luoghi, o meglio non-luoghi, in cui lo stato e le istituzioni sono pressoché assenti, sostituiti da micro-comunità che fanno del volontariato e della mutua assistenza la loro ragione di vita.
Lo sguardo del giornalista molisano non è mai dall’alto verso il basso, il punto di vista è dentro le storie raccontate. L’autore, come uno degli angeli di Wim Wenders, osserva le vite degli altri senza invadenza e la sua presenza rassicurante garantisce al racconto rigore e umanità: un’osservazione partecipante, pratica storicamente tipica dell’antropologia e della sociologia, mutuata abilmente da Iannacone al giornalismo televisivo.
I lavori dell’autore di “I dieci comandamenti” vengono definiti spesso come inchieste morali, ma lo sguardo attento sotto la fronte corrugata del giornalista è sempre a-valutativo, non è mai giudicante, ascolta il proprio interlocutore con umiltà e propensione al dialogo, consapevole che dopo un colloquio se ne esce sempre cambiati, arricchiti, migliorati. Come ci ricorda una bellissima poesia di Friedrich Hölderlin che sembra quasi ispirata alle inchieste di Iannacone:

“Molto ha esperito l’uomo.
Molti celi ha nominato,
Da quando siamo un colloquio
E possiamo ascoltarci l’un l’altro.”

Giovanni Vitale