L’angolo di Michele Anselmi

Non sorprende che “Il caso Minamata”, il nuovo film di Johnny Depp, non sia uscito nei cinema americani. L’attore da tempo non è nei favori di Hollywood, per vicende personali e professionali, tanto è vero che stanno cercando un nuovo “Jack Sparrow” per la fortunata serie piratesca. Depp, classe 1963, fa un po’ la vittima, dice che lo boicottano, però continua a lavorare come può, spesso partecipando a piccoli film non privi di interesse. Uno di questi è appunto “Il caso Minamata”, del 2020, scritto e diretto dall’americano Andrew Levitas, girato tra Serbia e Montenegro, con qualche puntata in Giappone, dal 17 settembre vedibile su Sky, senza costi extra.
A Milano è ancora in corso il convegno internazionale “Youth4Climate”, quello del “Bla Bla Bla” lanciato da Greta Thunberg in merito all’ipocrisia dei governi sui temi dell’ambiente; anche per questo il film è di notevole attualità, pur rievocando un atroce episodio di mezzo secolo fa.
Minamata, Giappone, 1971: la grande e potente azienda chimica Chisso da anni avvelena il mare con dosi massicce di mercurio, nell’impunità più totale, e intanto la popolazione, perlopiù pescatori che procurano il cibo alla comunità, sta pagando un prezzo inaudito. Bambini nati deformi, ciechi, con le ossa fragili, affetti da spasmi e convulsioni dolorose, anche paralisi e coma. Le proteste dei locali nulla smuovono, ma la notizia, tramite una giovane traduttrice giapponese, Aileen, arriva alle orecchie di Eugene “Gene” Smith, un mitico fotoreporter di “Life” ormai alla deriva.
Basco sempre in testa, barbetta e occhiali, ustioni sul petto e carattere intrattabile, Smith è schiavo di whisky e anfetamine nonché sull’orlo del tracollo economico. Ma Aileen, che l’ammira per i suoi reportage audaci, sa come prendere quel rottame di uomo, e alla fine Bob Hayes, il direttore di “Life” pure esasperato dalle bizze del suo collaboratore, darà il via libera.
E qui comincia davvero “Il caso Minamata”, con Smith che si ritrova in quel lontano lembo di terra giapponese “armato” solo della sua macchina fotografica, deciso a denunciare quanto sta accadendo nel silenzio dei mass-media e tuttavia sottoposto a una pressione indicibile: provano a comprarlo, poi distruggono la sua camera oscura con tutti i negativi, infine lo pestano di brutto.
“Il caso Minamata” è un film onesto, didascalico, non proprio riuscito, spesso convenzionale, ma è curioso vedere Johnny Depp, all’inizio irriconoscibile nei panni del fotoreporter in disarmo, mentre canta “Forever Young” di Dylan e prova a redimersi tra una sbornia e l’altra. Smith sarebbe morto pochi anni dopo, nel 1978, forse anche per i postumi di quel pestaggio, dopo aver sposato la dolce Aileen ed essere tornato negli States.
Il 2 giugno del 1972 “Life” pubblicò un reportage con gli scatti di Smith, alcuni dei quali destinati a restare nella storia della fotografia, specialmente “Il bagno di Tomoko”, una sorta di “Pietà” in bianco e nero, davvero toccante: mostra una giovane madre giapponese che tiene tra le braccia la figlia gravemente inferma mentre la lava e l’accudisce. Purtroppo pochi mesi dopo, il 29 dicembre, la rivista avrebbe chiuso i battenti.

Michele Anselmi