L’angolo di Michele Anselmi

Un altro cine-consiglio per questo Natale? Be’ non avrei dubbi: “Living” di Oliver Hermanus, sudafricano, 39 anni. Non è partito bene, ieri ha incassato solo 3.500 euro, ma è anche vero che è uscito in pochi cinema e che tutti erano presi da altro in vista della vigilia. Passato alla Mostra di Venezia e adesso nelle sale con Lucky Red, “Living” è un remake, tratto, a partire dal titolo, dal classico giapponese “Vivere”, 1952, che fu scritto e diretto da Akira Kurosawa.
Impresa rischiosa, ma vinta. In effetti ero perplesso, prima di vederlo, mi sbagliavo, perché c’è un senso nell’ambientare a Londra e dintorni, sempre nel 1952, quella storia che il sempre rimpianto critico Fernaldo Di Giammatteo, riferendosi all’originale, così definì: “Un gioco serrato fra un’azione lineare al presente, un esteso flashforward e numerosi brevi flashback incastrati nel flusso centrale del racconto consente di mettere a fuoco i due temi del film: l’analisi a ciglio asciutto di una vita che si spegne; la satira feroce di una burocrazia impiegatizia che soffoca la società”.
Giapponesi e inglesi in effetti si somigliano, per questo vengono così bene in genere i film sulla Seconda guerra mondiale. I due popoli praticano uno stoico autocontrollo, sono formalisti fino all’eccesso, ingessati nel rispetto delle gerarchie, inamidati nell’esprimere le passioni. Tale era il funzionario comunale Kanji Watanabe interpretato da Takashi Shimura, tale è Rodney Willams ora incarnato da Bill Nighy. Bombetta, completo gessato, ombrello e cartella, il vedovo maturo e smagrito dirige l’ufficio Opere Pubbliche: senza energia, come schiacciato dalle scartoffie e dalla burocrazia, ogni giorno uguale al precedente. Ma quando il medico gli annuncia che il tumore al polmone gli lascia sei-nove mesi di vita, qualcosa scatta nella testa e nel cuore dell’uomo. Ritira metà dei soldi in banca senza dire nulla al figlio, comincia a non farsi vedere al lavoro, incontra uno scrittore debosciato al quale regala le sue pillole antidolorifiche, compra un cappello a falde larghe e decide di… vivere. Solo che non sa da dove cominciare.
“Come ho potuto ridurmi così?” scandisce alla graziosa ex dipendente, la signorina Margaret Harris, che l’aveva soprannominato “Mr. Zombie”. Sfidando lo scandalo familiare, l’anziano burocrate invita la fanciulla nel ristorante più esclusivo di Londra e insieme vedono al cinema “Ero uno sposo di guerra”, che però risale al 1949. Williams non cerca di sedurla, vuole solo assorbire un po’ della sua gioia di vita per fare qualcosa di buono nel tempo che resta: strappare al disinteresse diffuso il progetto per la nascita di un parco giochi in un quartiere popolare.
La sceneggiatura porta la firma dello scrittore Kazuo Ishiguro, e si sente. Il pessimismo kurosawiano viene applicato al contesto post-bellico britannico, dentro un blocco espressivo di forte suggestione: pensieri, aspirazioni, rimpianti, illusioni, anche un senso di inevitabile sconfitta rispetto alle promesse solenni che si spengono nella routine.
Bill Nighy, classe 1949, è davvero magnifico nell’impersonare questo “gentleman ordinario” che nella malattia scopre l’inconsistenza della propria esistenza fin lì praticata e prova a mutarne il segno, cercando un barlume di sommessa felicità. Ma non sono da meno gli altri interpreti, cominciando da Alex Sharp e Aimee Lou Wood, che sono il giovane neoassunto idealista e l’ex dipendente premurosa.
La vicenda procede sul piano temporale per salti in avanti e ritorni indietro, a rendere più complessa la spiegazione degli eventi. Il tutto impacchettato in un clima vintage: dai caratteri grafici dei titoli di testa alla scritta finale “The End”, tra musiche di Sibelius e Dvořák mischiate a brani jazz dell’epoca e a una ballata tradizionale scozzese, “The Rowan Tree”, che non è solo esornativa.
Mi sono scoperto a piangere tre volte vedendo il film, non saprei dire se sia un buon segno o solo questione legata all’età, ma così è andata.

Michele Anselmi