Nella trama di “Citofonare Morabito”, il libro dell’autrice esordiente Cecilia Lavatore, tutto ruota intorno a un docufilm che non è mai stato portato a compimento. Avrebbe dovuto essere ambientato al Corviale, l’utopistico progetto urbano di Roma mai terminato e soprannominato il Serpentone per come si snoda nella sua lunghezza: “’sto chilometro de cemento pare proprio un serpente, malato e disarticolato, che non riesce a cambia’ pelle”, così lo definisce Lavatore.

Tra le mura dei palazzi che sembrano fatte di cartapesta s’intrecciano storie giuste e sbagliate piene di vitalità, un mondo variopinto fatto di gemelle diverse, adolescenti friendzonati, psichiatri sull’orlo di una crisi di nervi, perdenti, vittime della camorra, entraineuse con la passione per i tarocchi ma soprattutto persone che provano ad essere felici in faccia al degrado e alle ristrettezze.

Nella scrittura di Cecilia Lavatore io ci ho visto Roma, con tutte le sue sfaccettature. Tramite la sua immersione nel Corviale riesce a trasmetterti la netta sensazione che lì lei ha trovato il posto suo, la chiave per dare il la a un’incontenibile passione di scrivere e raccontare la nostra città, le periferie e molto altro ancora.

Complimenti per il libro, me lo son goduto! Cominciamo dalla fine. Parafrasando quello che dici a pagina 173, ti chiedo: hai voluto fare una narrativa della speranza? Una cronaca della possibilità, cioè un tentativo di dare risalto alle brave persone che sembrano non andare tanto di moda?

Cecilia Lavatore: È una ricerca, un esperimento questo libro. È stata la prima volta che sono riuscita a costruire qualcosa di organico, perché in precedenza avevo scritto racconti brevi ma non ero mai riuscita a dare un filo conduttore ai miei racconti. Quando ho scelto Corviale, questo territorio e queste 32 storie, volevo ricercare effettivamente una chiave di speranza. Sicuramente è una periferia controcorrente, fuori da tutti quegli stereotipi che descrivono di solito la periferia come un luogo di scandali. Volevo in qualche modo osservare la vita degli altri in modo tale da non renderla scandalosa ma piuttosto profonda. E quindi ci sono vari livelli di lettura e ti ringrazio per aver cominciato proprio da qui, da quella che è la tesi del libro alla fine, che ti fa vedere la chiave di lettura più profonda: attraverso l’umorismo aprire una finestra, tra le tante finestre del Cordiale, del Serpentone, sulla vita umana per il suo valore oltre le difficoltà, oltre il disagio socioeconomico, oltre la trascuratezza, oltre il dramma che sta nell’esistenza a tutto tondo. Infatti non si parla solo di periferia urbanistica ma di periferia umana. È una periferia intesa come periferia esistenziale, dalla quale bisogna partire per tornare invece al cuore e al centro di noi stessi.

Senti, si dice Corviale o il Corviale?

C.L.: Loro lo chiamano più il Corviale. Da quando ho cominciato a fare questa indagine letteraria mi sono accorta che è più il Corviale.

Sia il Corviale sia il docufilm sono due progetti incompiuti. È voluta la cosa o è capitata per caso?

C.L.: Guarda Marco, ti ringrazio tantissimo della domanda che è bellissima e assolutamente un’intuizione attinente la tua perché la cosa è voluta. È voluta per quanto questo libro si sia creato da solo, in itinere. Io ho fatto tanti sopralluoghi, ho raccolto impressioni e suggestioni. Dopodiché s’è costruito da sé. Spesso di mattina presto o tardi la notte, perché io insegno nella vita quotidiana, ho avuto nel mio poco tempo libero quel momento in cui mi dicevo “oddio, devo scrivere la storia di quel writer” che avevo visto fare i graffiti quel giorno. E allora buttavo giù quello che mi era venuto in mente. Quando ho costruito poi, al di fuori e al di sopra delle storie vere a cui mi sono ispirata, la struttura narrativa di fantasia del docufilm, a un certo punto mi sono resa conto che il docufilm non doveva essere compiuto. La compiutezza sta tutta nel viaggio per riscattare quel senso di vuoto e di nullità e di sperpero che si ha guardando i lotti del Serpentone. Non è stato portato a compimento il progetto, doveva andare bene, doveva essere un posto avveniristico, doveva essere un posto d’avanguardia dell’urbanistica europea. È diventato quello che è diventato ma quello che a noi interessa, come nel fallimento del docufilm, è ciò che brilla dentro il fallimento. Dentro il fallimento brilla l’esistenza umana che comunque ha senso e vale la pena di essere vissuta. Okay hanno fallito, abbiamo fallito, ma cosa c’è da raccontare da questo fallimento? Ce lo dicono questi personaggi cosa c’è da raccontare.

“Life’s a journey not a destination”, cantavano gli Aerosmith. A proposito di musica il tuo libro è pieno di riferimenti ai cantautori.

C.L.: Sì, io mi sono incuriosita del mondo dei margini soprattutto grazie a De André. Proprio da giovanissima quando mi sono avvicinata a questo cantautore ho provato a dirmi che se lui aveva trovato tutta quella ispirazione dentro questi margini, a cominciare dalla “Canzone di Marinella” in poi, allora forse anche io dovevo trovarlo quel monito, per me è un monito. La mia scrittura è una passione, e va bene. A me di indole, come chi va a correre o chi va a cavallo, piace scrivere. È una cosa che mi realizza. Però io volevo darci una direzione a questa passione. E questa direzione ha preso la strada verso la periferia a partire dai cantautori italiani, ma anche stranieri, che hanno ricercato nella periferia la fertilità del suolo, che è poi spesso la tesi delle canzoni di De André. Inoltre ho lavorato tanto a Torre Maura, nei centri di accoglienza e ho vissuto in periferia e non soltanto a Roma ma in altre città europee, a Madrid e a Barcellona. Sono stata diverso tempo in case affittate in periferia e a Roma sono attiva sul territorio. Proprio adesso insegno in una scuola di periferia a Roma come docente di lettere in un professionale. E mi accorgo effettivamente che con tutte le difficoltà che ci sono la società è portata all’estremo in periferia. Quindi tutti i vizi e tutte le virtù della nostra società in periferia si manifestano e si esprimono all’ennesima potenza. Questo è molto faticoso per me che ci lavoro però è veramente fonte di tanta creatività. Bisogna capire come lo guardi. Se ricerchi in quella sofferenza allora ci puoi trovare qualcosa di rappresentativo della società nel suo insieme.

Ti faccio una domanda un po’ strana. Ho intervistato una persona che considero l’esperto maggiore di Bob Dylan. Richard Thomas è un filologo che insegna i classici ad Harvard e ha riscontrato molte attinenze tra Dylan e i classici latini e greci, soprattutto con i latini per cui soprattutto con Roma. Però mi sono permesso di dissentire da lui volendogli dire questo in pratica: tu consideri Bob Dylan un poeta e con me sfondi una porta aperta. Ma secondo me non solo Dylan, bensì tutti i maggiori artisti rock lo sono. Gli ho detto che Dylan semplicemente è il più bravo fra tanti, e lui mi ha risposto così partendo da Mick Jagger: Basta ascoltare Mick mentre legge “Adonais”, la poesia di Shelley, in onore dello scomparso Brian Jones a Hyde Park nel 1969 per capire che abbiamo a che fare con un poeta. Ma io vedo solo Dylan come parte della tradizione letteraria che a me interessa, composta da Omero, Virgilio, Dante, Shakespeare, artisti di un’altra natura direi. Uno dei pastori di Virgilio al ritorno dalla sua prima visita a Roma declama che nella sua semplicità era solito pensare che la differenza tra il suo villaggio e Roma fosse solo quella che esiste tra un cucciolo e un cane o tra i piccoli capretti e le loro madri. E invece adesso ha capito che Roma si erge rispetto alle altre città “quanto l’alto cipresso tra i docili viburni”. Stiamo parlando di una specie differente, dove dopotutto risiede il puro genio. Eccoti ancora un riferimento a Roma, amico mio romano. Allora il succo del discorso di Richard Thomas è che Roma svetta. Il succo della mia osservazione è che per te Corviale svetta.

C.L.: Allora, svetta nel senso che è un territorio veramente originale e quindi ha quel qualcosa di perturbante. Tutto è partito nella mia scelta da una frase di Calvino dalle Città Invisibili che dice “cercare e saper riconoscere quello che è in mezzo all’inferno e inferno non è”. E io ho pensato che quando sono arrivata a Corviale la prima volta ho creduto di essere proprio in un girone infernale, era così visivamente inquietante. In questo senso svetta ma il fatto è che se guardi questo estremo con lo sguardo della pietà, nel senso della pietas cioè l’amore verso qualcosa che è tanto tanto intenso, allora tu lo riconosci per un linguaggio. Corviale è un linguaggio. È un linguaggio nel senso che parla la lingua della sofferenza di Roma. In questo senso è tra le periferie che secondo me ancora oggi lo fanno al meglio, o al peggio, dipende sempre da come lo guardi. Ha una vera espressività nella struttura architettonica e ha un’espressività nell’humus che ci si trova di persone che vivono dentro Corviale. Come è emerso pure da un documentario che è stato presentato prima di me l’altro giorno alla Regione Lazio, la gente che vive a Corviale pur essendo multietnica è composta da tanti italiani e quindi è rappresentativa proprio della romanità. Non è una di quelle periferie dove vivono soprattutto i migranti. Ci sono tanti italiani, tanti che sono stati assegnatari delle case popolari negli anni Ottanta e tanti che hanno occupato negli anni Ottanta e ancora ci vivono. Questa grande popolazione che vive dentro al Serpentone di Corviale non ha fatto molto comunità. Non si sentono molto parte di un tutto nonostante vivano in quella prossimità. Tuttavia quando poi si parla con loro di Corviale hanno nonostante tutto un forte senso di appartenenza al territorio. Mi interessava questo paradosso, questo contrasto. Corviale svetta perché da una parte non è una comunità nonostante sia così compressa e dall’altra è veramente pieno di disagio ma è amato da chi ci vive. Perciò se vogliamo parlare di come l’arte osservi le manifestazioni dei paradossi e ci trovi qualcosa di utile, d’urgente da raccontare, in questo senso sì, io l’ho trovato urgente, l’ho trovato una vetta della nostra società contemporanea.

A un certo punto scrivendo di una delle tue protagoniste accenni all’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), una sintomatologia che riguarda quelle persone, detto banalmente, che non riescono a starsene ferme. Per caso hai tratto spunto dalla conferenza su Ted.com tenuta da Sir Ken Robinson in cui lui parla del salutare connubio tra danza e iperattività?

C.L.: No, seguo i Ted Talks con grande interesse ma non lo conosco. Spesso le ballerine come lo è stata Isadora Duncan sono delle iperattive. Io a mia volta ho fatto danza quand’ero giovane a livelli professionali e ancora oggi credo di essere stata un’iperattiva non certificata nel senso che ho quelle caratteristiche. Questo è un argomento di cui volevo parlare. Questi ragazzi di oggi sono minati da tutta una serie di stimoli – lo sappiamo bene – tecnologici, digitali. E da pressioni familiari, sociali. Un’iperattività che può essere ben rappresentata dalla struttura del Corviale che sembra un formicaio dove tutto brulica. All’interno tutto brulica ma da fuori sembra tutto immobile. E mi ha ricordato un po’ questi iperattivi che da fuori sembrano passivi ma se poi ti avvicini un po’ a loro ti accorgi che continuamente nella loro testa ci sono tanti tentativi di uscire fuori dal guscio e che questi tentativi vengono abortiti. Infatti la mia iperattiva nel libro è una ragazza che sente la frustrazione di non riuscire a esprimere tutta l’energia. Qui io volevo far passare l’idea dell’energia perché l’energia nei giovani è fondamentale. E lei è una chiave di speranza, come altri personaggi lo sono. Forse tra le poche dentro al libro lei riesce a incanalare questa energia così oppressa dentro al Serpentone di Corviale fino a diventare un’étoile. Lo stimolo l’ho avuto da una storia vera di ragazzi che fanno danza lì a Corviale. L’ho poi romanzata però è molto verosimile. Io sono stata un’allieva dell’Accademia Nazionale di Danza di Roma e ci sono ragazzi che veramente partivano dal nulla lì dentro, e grazie a questa sorta di patologia cioè questo desiderio di muoversi continuamente poi sono riusciti a trovare la loro rivincita. Forse Anna è il mio personaggio preferito, ci rivedo tante giovani che ho conosciuto anche nel mondo della danza.

È bella la scena finale in cui lei, nonostante tutte le sue performance nei migliori teatri internazionali, si fa prendere dal panico quando deve esibirsi davanti al pubblico di Corviale.

C.L.: Eh sì, negli anni il rapporto può rimanere irrisolto. C’è chi viene dalla periferia e riesce a farsi strada e io l’ho visto da italiana all’estero quando vivevo in Spagna. C’erano quelli che venivano dall’estrema periferia delle loro città. In Spagna s’erano fatti più o meno una carriera, una vita. E io mi ricordo di aver percepito spesso un “irrisolto” nel senso che poi non sai come rapportarti bene con il tuo passato quando forse sei riuscito un po’ a farti valere, a usare un po’ quell’ascensore sociale, impresa difficilissima però qualcuno ci riesce. Perciò questo ritorno al territorio io l’ho voluto rivivere nelle mie pagine come qualcosa ancora una volta di incompiuto. Lei soffre nel tornare a Corviale e non sa bene come rapportarsi con il suo passato però poi vince la forza dell’esistenza e forse dello spettacolo, dell’arte. Vince il fatto che comunque la situazione va affrontata e anche se non sei pronta lo devi fare lo stesso. E lei alla fine esce in scena e balla. Ancor di più mi piace ricordare la scena del ballo quando lei è ancora molto giovane e decide di andare via da Corviale e balla per l’ultima volta da adolescente con la sorella nella cavea dell’anfiteatro. L’arte comunque arriva, qualcosa arriva a tutti. Gli abitanti si affacciano alle finestre e per la prima volta rimangono zitti di fronte a quello che sta succedendo. È una cosa vera nel senso che se uno mette la musica lì nell’anfiteatro di Corviale inizialmente ti si affacciano per dirti di non fare casino in modo persino un po’ aggressivo. A me è successo quando ho fatto il festival con Marte Live, un’associazione che organizza dentro all’anfiteatro tutte le estati un festival. Dalle finestre si viene insultati spesso dagli abitanti di Corviale che non riescono tanto a capire quello che sta succedendo nel loro spazio. Però io la scena l’ho immaginata così perché è vero che alle volte quando ti trovi davanti alla bellezza essa è disarmante per chiunque. Io questa Anna me la sono immaginata così brava, ma non brava perché era performativa ma brava in quanto piena di vita, di questa energia che lasciava tutti quanti a bocca aperta. E questa è forse una delle scene più centrali per quanto riguarda quella valvola di sfogo e di speranza che secondo me la letteratura può cercare di dare, la narrativa può cercare di dare senza troppe illusioni però con una spinta verso il futuro, verso una prospettiva.

Piccola osservazione personale. Puoi rispondere oppure no. Dedichi il libro a tua sorella con la scritta dance, dance, dance, sulla quale ritornerò più tardi. Ma le due sorelle del libro siete voi o no?

C.L.: Ho preso spunto. Sì sì ho preso spunto assolutamente, è una dedica molto importante perché insomma con mia sorella abbiamo un rapporto altalenante come spesso succede nelle famiglie. Ma c’è qualcosa del nostro rapporto che in realtà, essendo irrisolto, è molto forte dentro di me e quindi mi dà tanta spinta quando scrivo. Raccogliere ispirazione, raccogliere emozioni dà qualcosa che dentro di me ha avuto e ha ancora adesso un impatto. Vuol dire portare questo impatto pure nei personaggi. Noi non siamo gemelle, ci passiamo quattro anni, siamo molto diverse, perciò simili alle due gemelle del libro. Abbiamo preso direzioni diverse.

Anche loro sono gemelle diverse, no?

C.L.: Sono gemelle diverse, esatto. Però c’è questo sangue. Io nel rapporto tra le due gemelle nel mio libro volevo valorizzare il sangue, il viscerale perché poi è il viscerale che ti lega al territorio, cioè alla Madre Terra. Siccome Corviale è una madre terra amara ma è pur sempre una madre terra per chi ci vive, le due sorelle in qualche modo con tutte le loro diversità e i loro conflitti adolescenziali per me rappresentano il rapporto controverso col sangue, con le origini familiari e quindi territoriali.

Adesso preparati che arriva la domanda cattiva. Intanto cerco di indorare la pillola e ti faccio un complimento prima.

C.L.: Me l’immagino già la critica perché me l’hanno fatta in diversi.

Il complimento per indorare la pillola è che, mentre leggevo, pensavo “mille volte meglio di Zerocalcare”.

C.L.: Mamma mia! Con tutto il rispetto per Zerocalcare che ammiro e Strappare lungo i bordi m’è piaciuto tanto però, be’ un bel complimento! Diciamo che nell’indagine che facciamo il tracciato è comunque simile. Tra l’altro Strappare lungo i bordi è uscito dopo Citofonare Morabito e quindi quando l’ho visto mi son sentita pure orgogliosa, mi son detta “ammazza lui ha fatto così tanto successo con una storia che ha dei punti di contatto con la mia”, quindi questo mi lascia un po’ speranzosa per il futuro, che poi non è detto, a proposito di progetti incompiuti, non è detto che uno debba arrivare chissà dove. L’importante è che sei riuscita a fare un lavoro di cui sei fiera. E che sia l’inizio! Insomma ne voglio scrivere tanti altri di libri, e di migliori.

Allora la domanda cattiva è questa. Queste persone che tu descrivi esistono davvero o le hai edulcorate tu? Nel senso che tu potresti essere una persona molto positiva. E le persone che tu proponi sono tutte positive. Io che sono sospettoso di natura mi dico “non possono essere tutti così”. Ce l’hai tu questa tendenza a vedere sempre il meglio delle situazioni?

C.L.: Assolutamente. Ho preso solo spunto da storie vere. Questo lo dichiaro sempre nelle presentazioni e anche nel libro.

Il rischio è che diventa un po’ monocorde. Tutti hanno dei problemi e poi tutti trovano la luce in fondo al tunnel. Ma nella vita non è così. Magari trovassimo sempre la luce.

C.L.: Allora intanto meno male che non è la critica che pensavo, poi te la dirò io la critica che di solito mi fanno. Così la dichiariamo perché è in parte vera. Invece a questa che mi fai mi è capitato di rifletterci. Diciamo che io ero mossa, trattandosi della prima opera, articolata in tanti racconti uniti da un filo conduttore, io ero mossa dall’ottimismo.

Questa è una cosa che ho apprezzato. Perché è in controtendenza rispetto a Netflix dove vedo che puntano molto sulle storie cupe. Invece è un pregio quello di non andare a sguazzare in quel brodo lì. Però la critica mia è che c’hai sguazzato un po’ troppo nell’altro tipo di brodo, quello dell’ottimismo a tutti i costi.

C.L.: Certo, sì sì. Assolutamente raccolgo. Il libro l’ho scritto due anni fa, e ora che l’ho scritto e ho trovato la casa editrice e l’hanno editato eccetera è passato del tempo. Ti dico che già nelle mie ultime produzioni nel corso degli ultimi due anni ho puntato tanto a una maggiore ancora autenticità. E quindi per esempio racconto i casi di una narrativa che porta avanti un po’ di impegno sociale, ho raccontato la storia di Mahsa Amini, di altre donne islamiche che sono vittime di violenza o delle operaie o operai che muoiono durante il lavoro. Le storie che sto raccontando adesso sono più aderenti alla cronaca. Sono attenta a mantenere il chiaroscuro dove lo scuro ci deve stare perché lo scuro c’è, però rimane un po’ la mia cifra quella di alimentarmi di speranza. Non è necessariamente ottimismo a tutti i costi ma rimango su quella chiave là. Ed è per me una sorta di motore perché il mio motore è quello di dire “è una merda”, scusa la parolaccia, è una merda ma cosa possiamo trovare in questa merda che dia uno slancio verso la continuità? Da insegnante io penso spesso alla continuità. Magari si sacrifica una generazione, se ne sacrifica un’altra, e alla terza qualcosa cambia. Nei personaggi di Citofonare Morabito questa attesa non può esistere perché la loro narrazione biografica si risolve nel giro di poche pagine. In questo senso sono un pochino edulcorati. Però rimane il fatto che a me serviva questa sperimentazione che è stata Citofonare Morabito per capire qual era la mia ricerca da scrittrice. La mia ricerca da scrittrice è il chiaroscuro dove lo scuro è un po’ il buio di partenza e ci trovo un chiaro che non è necessariamente un “ho risolto la mia vita, sono diventata una campionessa, sono diventato un campione” ma è “ho incluso le difficoltà e adesso sono diventata una persona”. Una persona che sa dare un testimone agli altri. Ecco, la testimonianza. Però sicuramente sulla questione che si risolva troppo brevemente la loro crisi per i disagi che ci sono nella vita in generale e nel contesto socioeconomico del Corviale in particolare hai ragione, ne do atto insomma.

Non volevo aver ragione comunque.

C.L.: Ci rifletterò ancora e già ti dico che ci sto lavorando. Invece la critica quell’altra la vuoi sapere?

Ah sì, dimmela senz’altro.

C.L.: L’altra critica – e pure su quella ci ho lavorato tanto, me l’ha detto l’editore stesso ma io capocciona non ho voluto rimetterci mano – è che il dialetto alle volte prende la tangente ed è forbito. Passo dal romanaccio a termini un po’ più ricercati che forse sono un po’ dissonanti con la romanità popolare, proletaria. Perciò delle volte mi hanno detto che questo dialetto romano non è sempre coerente perché se descrivo alle volte gli aggettivi salgono di registro linguistico. Ci ho riflettuto, è comunque servito il passaggio della ricerca verista del linguaggio. Adesso se uso il dialetto cerco di rimanere sul collocamento socioeconomico del personaggio mentre su Citofonare Morabito ero talmente entusiasta quando lo scrivevo che ogni tanto mi usciva fuori la mia di voce che è più acculturata, mediamente acculturata insomma, magari molto di più di un meccanico per esempio medio, perché poi non è detto, ci sono pure meccanici acculturatissimi. Questa è un po’ l’altra criticità del libro.

Non sarei così severo.

C.L.: Ah, grazie. Più persone me l’hanno fatto notare. Sono contenta che tu non l’abbia troppo sofferto questo.

Sono lavori romanzati. Non c’è bisogno di essere didascalici secondo me. Tornando a noi, m’è piaciuta la figura di Draga. La sento mia essendo io metà cristiano metà ebreo. Le chiedono: “ma tu ti senti più italiana o più serba. Io rispondo: Io mi sento più Draga. Forse non sarò mai del tutto né l’uno né l’altro. Forse starò sempre nel mezzo, in qualche punto indefinito a metà, a raccoglie’ i pezzi, a fa’ quadra’ i cerchi, a cerca’ le cornici e segna’ i confini”. Ti leggo una cosa che avevo scritto una volta su Alessandro Piperno, non so se lo conosci?

C.L.: Sì, 10 anni fa m’ero letta Con le peggiori intenzioni.

Lui parla della comunità ebraica però ne parla come ne parla Draga perché lui è metà ebreo. Io avevo scritto quanto segue una volta in un vecchio articolo: Al di là dell’ambientazione stereotipata, ciò che conta è il tentativo, da parte dell’autore, di fare della sua narrazione un’inedita pastorale italiana, partendo – com’è sempre successo nei suoi lavori – da un punto d’osservazione scomodo e privilegiato, quello dell’ibrido. Nel corso degli anni Piperno ci ha ormai abituati a riflettere su alcuni personaggi che sono ebrei a metà, di solito da parte di padre, e perciò tecnicamente non ebrei (per quanto immersi nella vita della comunità) perché nell’ebraismo vige un sistema di discendenza matrilineare. Essi non si sentono a casa da nessuna parte, crescono ricevendo messaggi contraddittori da due visioni del mondo – quella ebraica e quella Gentile – spesso in contrasto tra loro. Non avendo nulla da difendere e nessuna causa da perorare sono in grado di sposarle tutte e vederle con una nitidezza che agli altri è preclusa. Sono indolenti e disimpegnati, a volte debosciati, ma sanno comprendere le motivazioni degli altri.

C.L.: Ti ringrazio e tra l’altro la dimensione della realtà degli ebrei la conosco. Ho avuto amici della comunità ebraica romana, erano alla scuola mia. Uno dei miei migliori amici era Di Segni tra l’altro ma non c’entra niente con il rabbino, ma faceva di cognome così e mi raccontava di questa dimensione dell’ibrido che poi è secondo me quell’innesto creato dalla narrazione se fa quel passo in più che spesso nella vita non si riesce a fare. La mia ricerca è anche questo. Preso atto che ci sono delle contraddizioni nella vita insanabili, cosa può fare l’arte per arrivare lì dove non arriva l’essere umano? Draga è serba, Rom e romana. Come tanti ebrei che sono ebrei e romani non ha un’identità ben definita e forse accettare che questa cosa non si sanerà mai del tutto già è interessante a livello letterario. Non so a livello esistenziale o psicologico perché io sono sempre dell’idea che uno quando fa un lavoro deve fare il suo lavoro. Quindi la mia non è una ricerca tanto psicologica ma una ricerca artistica. Cosa questo ibrido ci può raccontare sulla vita a cavallo, su questo stare a metà? In fondo ci aiuta a guardare le realtà con più lucidità perché quando non sei completamente dentro una dimensione e non sei neanche completamente dentro l’altra hai uno spirito critico che spesso è più lucido perché non sei del tutto né l’uno né l’altro e quindi non ti fai inglobare del tutto in un microcosmo o in un altro. In questo senso la comunità Rom con tutte le sue problematiche m’interessa molto. Riescono a mantenere, ad arroccarsi così tanto nelle loro tradizioni ma al tempo stesso essere così dentro il tessuto della città proprio come, a livelli magari più borghesi, gli ebrei sono veramente parte di questo intreccio romano ma ne sono fuori su tante cose. I Rom restano al di fuori anche nella lingua, nelle festività, insomma mille cose, e quindi m’interessavano tanto. E anche lì ho cercato di evitare la retorica sul mondo Rom, sia quella buonista e lì credo di esserci riuscita a non cadere nel buonismo, sia la retorica ipercritica, intollerante che non è proprio nelle mie corde, per fare qualcosa che potesse essere un quadro, la fotografia di una ragazza di 17/18 anni che è della comunità Rom ma è anche super-romanaccia e si innamora, tra l’altro, figurarsi un po’, di un arabo. Ed effettivamente è una coppia che io ho visto più volte alla fermata dell’autobus e mi sono seduta lì accanto ad ascoltare quello che si dicevano. Una coppia dove lui era palesemente arabo e lei era una Rom e loro mi hanno trasmesso, a proposito di musica, proprio la musicalità. Per me la musica sta nel mio scrivere. Ricerco la musicalità perché quando io sento la musica dentro un’immagine che io vedo a Roma o dentro una storia che leggo sul giornale, la musicalità poi mi ritorna nella produzione narrativa. E loro mi sapevano proprio di musica mentre stavano lì alla fermata così innamorati e così diversi. Mi hanno tanto ispirato.

A pagina 98 e 99 fai dire al nonno di uno dei protagonisti alcune massime interessanti sul cinema. Te le leggo, se me le commenti.

C.L.: Oh sì certo.

Una volta mi aveva spiegato che la magia dello spettacolo era anche chiamata ‘sospensione dell’incredulità’, quella strana teoria secondo la quale tu sai che ciò che vedi è impossibile, ma è così bello che ci credi. E più avanti: il talento consiste nel rendere pubblica una passione privata. E per quanto riguarda il fatto che la gente non va più al cinema: tornerà però; nonno, che era un sognatore di professione, direbbe così. Perché l’arte va consumata insieme, o non è arte, è un’altra cosa.

C.L.: Tra le altre cose di Corviale, e per tutto quello che abbiamo detto finora, è che poi diventa uno scenario da cui partire per raccontare tanto altro ancora, compreso il mondo del cinema. Io poi sono partita dal cinema. Questa idea del docufilm ha preso corpo e si è sviluppata nel corso della mia stesura però in realtà era stata lo spunto iniziale. “Tu t’immagini se girassero un docufilm?” m’ero detta. Perché avevano fatto il film della Cortellesi, avevano scritto come dice il film della Cortellesi oltre quaranta libri di urbanistica e di architettura.

E nessuno di sociologia.

C.L.: Esattamente. E poi aggiungerei, che non l’ho scritto nel libro, romanzi. Non ci sono romanzi ambientati a Corviale. Adesso hanno fatto un’altra fiction uscita qualche mese fa.

Dovrebbero fare “I Cesaroni al Corviale”.

C.L.: Come no, “I Cesaroni di Corviale”! Però qualcosa alla Ragazzi di Vita non c’era su Corviale e io umilmente ho voluto dare il mio contributo. Ma il cinema poi è stata un po’ la metafora che m’è rimasta sempre impressa. Mentre scrivevo m’immaginavo proprio una cinepresa che si accendeva o magari un registratore che si accendeva visto che in tanti casi la telecamera può mettere ansia, come un faro ideale sul protagonista del capitolo. Chi si racconta esce allo scoperto con la sua voce, e basta, e si mette a nudo con la voce. Allora pensavo proprio alla metafora della carrellata, della ripresa cinematografica che va a indagare sulla vita umana. E allora in questo capitolo ho sfogato un po’ quello che è la mia passione per il cinema. Vengo da una famiglia di cineasti. Sia gli zii che mio nonno che mio padre hanno iniziato nel cinema a lavorare e mio papà è diplomato al CineTV Rossellini che ancora oggi è un professionale molto frequentato a Roma. E mi ha passato questa suggestione. Infatti in realtà quando racconto di questa ragazza che vive a Corviale e parla di suo nonno in realtà sto parlando di me e di mio padre che andiamo al cinema insieme perché per esempio mio padre è un uomo apparentemente tutto d’un pezzo. L’unico luogo dove l’ho visto piangere è stato il cinema, cioè dentro la sala del cinematografo. Questa cosa mi ha sempre tanto colpito, come se fosse una parentesi in cui lui si permette la vulnerabilità. E allora c’ho sempre visto tanto dentro alla sala cinematografica. Non tanto dentro al film come oggi che ce lo mettiamo sul divano di casa, ma nel rito, la ritualità del cinema. E quindi ho voluto un po’ dare i miei punti di riferimento del cinema che sono appunto la sospensione dell’incredulità, questo fatto che è così bello che alla fine ti convince, il fatto che sia una passione condivisa. È la ritualità che prende forma nella collettività. E il fatto che nel mondo del cinema ci sia il viaggio che poi è un altro dei temi ricorrenti nella mia scrittura. Costruire un film è un gioco di squadra ed è un viaggio e perciò questi che lavorano nel cinema io me li immagino, e poi un po’ li ho visti nella mia famiglia, itineranti dentro la sceneggiatura, itineranti dentro la vita, ecco.

Ecco ora una domanda un po’ personale, un po’ cattivella. A pagina 125 tu prendi un po’ in giro una delle protagoniste e la definisci “la regina della controcultura”, quella che viene dalla Roma bene e si mette insieme a uno del Corviale. Hai voluto fare dell’autocritica, una specie di autoritratto perché magari tu stessa provieni da una realtà diversa?

C.L.: A proposito di ibridi io sono un po’ un ibrido. In parte ho avuto contatti con la cosiddetta Roma bene se non altro per lavoro perché sia tre anni fa che l’anno scorso quando scrivevo e lavoravo sul libro, stavo insegnando in scuole molto prestigiose di Roma e quindi di ragazze della Roma bene ne ho avute tante in classe. E poi io stessa sono cresciuta un po’ a cavallo tra due realtà territoriali di Roma fra Tor Marancia e l’Ardeatino, per indole sempre molto attratta dal mondo più umile dove forse, come ho detto prima, ci cercavo la verità che spesso non trovavo nel mondo più sofisticato. Allo stesso tempo non mi si può affatto collocare nell’alta borghesia. Ho avuto i mezzi sicuramente per studiare, per viaggiare ma me la sono anche tanto sudata e quindi questo fatto che io mi senta un po’ in questa transizione, diciamo, tra una classe sociale e l’altra fa sì che, per il discorso che facevamo prima, io veda alle volte le faziosità sia di quello che è considerato il mondo borghese romano sia di quello che è considerato il mondo più periferico, più proletario di questa città. Le ricerco addirittura da un punto di vista storico, essendo laureata in Storia e Società. Sicuramente in questo personaggio c’è un po’ di me in certi periodi della mia vita come c’è un po’ di ostilità per quella parte della città da cui forse mi sono sentita pure esclusa spesso, e ad oggi dico meno male perché poi non è che mi interessasse forse così tanto farne parte della Roma dei Parioli, la Roma dell’esclusività da cui lei viene e che ha questa aridità. Mi viene in mente Blue Jasmine di Woody Allen, un film uscito qualche anno fa che avevo visto nel periodo in cui scrivevo questo capitolo, con le sue esistenze che vengono prese in ostaggio dal mondo dell’apparenza e della ricchezza, dell’oro che luccica, non che ci sia del male nella ricchezza in se stessa quanto nella superficialità piuttosto. E ho voluto pure denunciare lo sfruttamento nel mondo dell’avvocatura. Tante amiche mie sono laureate in Giurisprudenza e avviate alla carriera dell’avvocatura. Questa cosa ovviamente non è che l’ho detta solo io. Si sa che la generazione degli stage cioè la mia vive poi in delle contraddizioni perché magari hanno l’attico ai Parioli però poi nello studio d’avvocatura li trattano come ragazzini pure se c’hanno già la laurea e addirittura a volte hanno già passato l’esame d’avvocatura ma comunque non contano niente fino a che non entrano nelle grazie diciamo del sistema giuridico e non è detto neanche che ci riescano spesso. Quindi sì c’è un po’ di empatia per tutto quello che è la poca possibilità di realizzarsi che si riscontra spesso nella nostra generazione a livello professionale.

Una cosa che ho notato, riuscitissima dal punto di vista letterario però a me come genitore fa male, è che tutti i protagonisti giovani non vogliono essere come i propri genitori, nessuno escluso. Probabilmente, tra adulti, senza alcune ipocrisie un rapporto non va avanti e nessuno le vede meglio dei bambini e degli adolescenti.

C.L.: Sì, c’è nell’adolescenza – un’altra delle mie passioni è indagare l’adolescenza – questo desiderio di distruggere. Non ti preoccupare, non penso sia così totalizzante questo desiderio di distruzione, non è detto che ci sia perché il genitore deve essere distrutto perché ha sbagliato tutto. Ma è perché l’adolescenza vuole trovare la propria identità anche sulla base dell’opposizione a quella che è l’identità familiare e quindi in poche parole i miei personaggi adolescenti non vogliono essere come i genitori perché sentono la necessità di distinguersi e nell’adolescenza hai ancora quasi sempre quella genuinità che ti fa vedere le ipocrisie nel mondo adulto con però già la maturità emotiva dell’adulto. Cioè tu sei quasi già un adulto ma vedi quanto sono assurde le cose spesso del mondo degli adulti. E allora c’hai questa prospettiva da cui sei ancora protetto perché non lavori, hai meno responsabilità però hai pure già un cuore e una testa che non sono più infantili, no? Questa cosa io la soffro molto, l’ho sofferta da ragazzina e la soffro ancora oggi nelle classi quando m’immedesimo con i miei studenti, alle volte anche troppo forse, e la volevo riportare. Volevo proprio riportare questo bisogno di decostruire un mondo che gli è stato dato confezionato, soprattutto oggi con le tecnologie. Loro oggi c’hanno già tutto pronto, le app, prendi apri fai, c’è tutto dentro, e speriamo che vogliano distruggere in un certo senso perché se distruzione vuol dire che c’è spazio per ricostruire, allora questo mio desiderio di speranza vuole essere in realtà non “mio padre fa schifo, mia madre fa schifo” ma devono farmi schifo perché io costruisca qualcosa di diverso e questo al di là del discorso di Corviale. Ripeto, lavoravo in scuole molto prestigiose dove c’erano tanti soldi, tanta grana per dirlo alla romana, e comunque gli adolescenti volevano spesso e volentieri trovare il modo di azzerare la loro famiglia.

Nel mio ultimo libro “Twinology” sulla serie televisiva “Twin Peaks” di David Lynch – notare la sincronicità – avevo dedicato un capitolo proprio a Dance Dance Dance di Haruki Murakami, che ha tanta importanza nel tuo lavoro, e scrivevo questo riguardo al padre della protagonista Laura Palmer: “Leland Palmer durante l’intera serie televisiva non riesce a smettere di danzare. Le sue esibizioni hanno ovviamente un risvolto macabro. Il messaggio di Dance Dance Dance è che per trarre un qualsiasi senso dalle nostre vite dobbiamo attraversarle a passo di danza. Dobbiamo farlo bene, tanto da destare l’ammirazione altrui. Non esistono altre regole. Funziona così dalla notte dei tempi. I posti dove ci troviamo sono innanzitutto uno stato mentale. Dietro le apparenze si annidano strane presenze ed energie pericolose, azioni analoghe ai sogni e tuttavia reali come nelle leggende tramandate dagli antichi. Murakami e Lynch si inoltrano ai confini dell’immaginazione. Strato dopo strato la cognizione del tempo vacilla, la logica si deforma, le leggi di gravità risultano alterate nella linea di confine tra vertigine e realtà.”

C.L.: Bello! Grazie, è bellissima questa osservazione e la tua riflessione che mi leggi. Il mio dance dance dance è volutamente ripreso da Murakami, un autore che scava nel lato macabro delle cose, un macabro dove c’è tanto contrasto e quindi anche lì un innesto di altro. La scintilla mi è stata data da Pina Bausch, per fare un terzo nome da aggiungere a Lynch e a Murakami, una coreografa che scava nel macabro ma che poi trova la bellezza del racconto nel macabro. Una delle massime del suo lavoro di coreografa è “dance dance otherwise we have lost”. Il problema è perdersi nell’oblio, no? Come possono salvarsi dall’oblio tutte queste esistenze? Sicuramente il lato macabro lo osservo con ammirazione quando lo vedo a livello cinematografico o letterario ma io non lo abito nelle mie storie. Lo sfioro, ecco. A proposito di coincidenze, mi parli di “Twin Peaks” e proprio l’altro giorno è morto il compositore della colonna sonora, Angelo Badalamenti, e io ho finito di vedere proprio “Twin Peaks” di recente perché era una mia lacuna non averlo ancora visto in 32 anni. E quindi ce l’ho molto fresca questa immagine del padre di Laura Palmer che balla e a me poi da ex danzatrice m’inquietava tantissimo perché c’è diciamo quel fuoco, quel famoso “fuoco cammina con me”, che è dentro di lui e tu puoi vedere nitidamente l’estremo del macabro, questo fuoco demoniaco come puoi vederci un tentativo di risposta a quello che è il grande oblio del male del mondo. E forse noi, e io mi ci metto nella categoria perché ho fatto danza per tanti anni, noi danzatori non diamo la risposta alla domanda se si cada nell’oblio e nel macabro o se si trovi la luce della salvezza con la danza. Ma comunque balliamo. Il mio dance dance dance significa che comunque sia si balla. E io che ho smesso di ballare tanti anni fa però ho mantenuto nella mia testa quel modus operandi che dice “io comunque le cose le faccio” che è anche un po’ il mio limite perché faccio mille cose e non sempre bene. Però è comunque una mia cifra questa cosa e io l’ho riportato nel libro e nei miei personaggi questo fatto che la vita è così travolgente e il movimento dell’universo è inesorabile. Quindi noi ci dobbiamo entrare dentro questo movimento perché più gli resisti più affondi. Questo libro è un po’ l’inizio di quello che vorrei che fosse la mia carriera di scrittrice. In questo senso dance dance dance all’inizio spero sia una sorta di mio la a quello che verrà per fare nella scrittura quello che faccio nella vita continuando a sentire l’urgenza di raccontare storie, di ballare, di ballare con la scrittura.

Infine va menzionata la disegnatrice. Le illustrazioni sono tutte molto carine ma ce n’è una in particolare a cui sono affezionato, verso la fine, perché io che ho la mente stereotipata le ballerine me le immagino filiformi, esili. Quello che mi piace dell’ultimo disegno è che c’ha le gambe robuste la ballerina.

C.L.: Sì, è vero. Guarda, Irene Marzullo è una disegnatrice della scuola romana del fumetto quindi una che disegna perché ha studiato tanto per farlo. È stata un’interprete fin dall’inizio delle mie storie. Solo lei e mio padre le hanno lette prima che venissero pubblicate. E lei ha colto questa abbondanza nell’adolescenza di Anna che è la ballerina del film, scusami del libro (lapsus). Anna è una ragazza talmente espressiva che forse non ha bisogno di essere magra. Io neanche me l’ero immaginata magra. Ma non ce l’avevamo detto. Tra l’altro Irene è lei stessa una ballerina da anni ormai. Quando dipinge o quando disegna lei rappresenta una femminilità fertile, abbondante. Non l’ho mai vista disegnare figure filiformi molto magre. Penso sia un messaggio ottimistico perché sappiamo tutto quello che l’anoressia porta con sé, tutta questa sofferenza adolescenziale del negarsi, del sottrarsi alla giusta energia. Questo disegno lei proprio l’ha sentito. Quando io le ho raccontato come volevo che finisse la storia, lei l’aveva già terminato. A proposito di Pina Bausch, le danzatrici delle sue compagnie erano proprio fuori dagli schemi della danza convenzionale. Erano molto forzute, spesso tedesche o comunque nordeuropee, fisici molto rotondi perché nella poetica di Pina Bausch il danzatore come figura rappresenta l’essere umano tipo che non dev’essere contronatura com’è la danzatrice classica, con tutta la bellezza poi per carità che ci sta nel balletto che io comunque vado a guardare volentieri. Però mi interessa di più la danza contemporanea perché racconta una figura di danzatrice molto più veritiera che può essere una che incontri alla fermata dell’autobus. Le danzatrici di Pina Bausch erano donne che potevi incontrare tranquillamente alla fermata dell’autobus. Questo secondo me è raccontare la verità attraverso l’arte.