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Clint Eastwood oggi fa 90. Il suo cinema non annoia (e s’è “sdoganato” da solo)

L’angolo di Michele Anselmi 

Auguri, come ogni 31 maggio, a Clint Eastwood, che oggi compie 90 anni: cifra tonda, tondissima. Il suo film più recente, “Richard Jewell”, a mio parere era straordinario, ma temo che molti non l’abbiano capito, per pregiudizio ideologico o forse per pigra antipatia nei confronti del protagonista, considerato alla stregua di un fesso da irridere. Risultato? Hanno dato a Eastwood del vieto maschilista, e pure peggio, per il ritratto che si fa di una giornalista piuttosto cinica, purtroppo scomparsa.
Naturalmente mi auguro che presto sia di nuovo sul set con qualche altra storia delle sue. Temo che non sarà un western. Con tutta evidenza Sergio Leone sbagliò su di lui quando, dopo averlo definito “un blocco di marmo”, pronunciò quella battuta sempre molto citata, ma un po’ cretina, in base alla quale l’attore Eastwood avrebbe posseduto solo due espressioni: “Con cappello e senza cappello”.
Ah sì? Provate a vedere, l’uno di seguito all’altro, “Il buono il brutto il cattivo” di Leone e “Il texano dagli occhi di ghiaccio” di e con Eastwood: credo che risalteranno subito agli occhi le differenze tra un film dilatato ed esteticamente artificioso, bombardato dalla musica di Morricone (il primo), e un film che s’inoltra lentamente nell’epica di una nazione riscoprendo un linguaggio classico, più profondo e storicamente attendibile (il secondo).
Negli anni, Eastwood ha dimostrato di essere un attore comunque interessante, con cappello e senza, ma soprattutto un regista ispirato, anche malinconico, con una propria vena poetica ed espressiva, e un solo comandamento: non annoiare mai il pubblico. Un anarchico e individualista, certo figlio del suo tempo, con coloriture decisamente conservatrici, ma dotato di un forte senso della pietà e dell’ingiustizia, sempre incuriosito da vicende umane contraddittorie, ispessite dal “fattore umano”. Spero quindi che il vecchio cowboy sia ancora in sella. E che la torta di compleanno sia buona.
Un giorno l’attore-regista fece dire a un suo personaggio: “Le opinioni sono come le palle, ognuno ha le sue”. Il tono è colorito, il concetto suona sbrigativo, ma c’è del vero, bisogno riconoscerlo. Il che non significa perdonargli tutto, inclusa quella pessima scenetta pubblica contro l’allora presidente Barack Obama di cui si rese animatore qualche anno fa a una convention repubblicana (pessima perché penosa).
Dimenticavo. In questi ultimi giorni s’è molto parlato, ovviamente, del genetliaco di Eastwood. L’anniversario è stato anticipato dai giornali, quasi fosse in atto una gara allo “scoop” (?), a chi arrivava prima. S’è registrata anche qualche polemica tra cine-scribi su chi per primo, a sinistra, avesse “sdoganato”, parola orribile, il cineasta americano, un tempo accusato di essere assai destrorso, pure fascistoide, a causa di quel suo ispettore Callaghan, che poi era Callahan.
Mi parrebbe arduo, pure inutile, prendere partito. Nel mio piccolo, su “l’Unità” prima e su altri giornali dopo, ho provato anch’io a dare un piccolo contributo d’attenzione, se possibile senza fanatismi acritici e infatuazioni incondizionate, solo finalizzato a discernere, col beneficio del dubbio, i film belli o bellissimi da quelli brutti o bruttissimi (ce ne sono stati negli anni Settanta e Ottanta, specie da attore). In ogni caso, direi che Eastwood si sia “sdoganato” da solo, senza bisogno di aiuti e riconoscimenti particolari provenienti dalla vecchia Europa.

Michele Anselmi

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