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Coincidenze o “aiutini”? Vinciamo il Leone d’oro solo col presidente italiano

L’angolo di Michele Anselmi 

Sbagliò o vide giusto il presidente di giuria Mario Monicelli, alla Mostra di Venezia del 2003, nel non premiare col Leone d’oro “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio preferendogli il film russo “Il ritorno” di Andrej Zvyagintsev? Il verdetto fu all’unanimità, così rivelò in un’intervista il regista dei “Soliti ignoti”, sicché probabilmente ci sarebbe stato poco da fare per il titolo italiano sul caso Moro, sia pure visto in una prospettiva “fantastica”. La faccenda è ritornata fuori ieri qui su Facebook, nel decennale della tragica morte per suicidio di Monicelli, avvenuta il 29 novembre del 2010. Inutile riaprire la querelle sullo scontro Monicelli-Bellocchio, al di là dei presunti screzi personali, forse politici, di cui pure si parlò.
Ma può essere utile, invece, ricordare un dettaglio non di poco conto. Attenzione: non sempre capita, ogni tanto giocano contro, a sorpresa, l’antipatia personale, la divergenza estetica o il desiderio di mostrarsi originali e aperti verso cinematografie lontane, ma in generale i presidenti di giuria, ai festival, tendono a premiare i film del proprio Paese.
La controprova? Noi italiani vinciamo il Leone d’oro a Venezia solo – ripeto: solo – quando la giuria è presieduta da un italiano. Non c’è malizia in questa affermazione, perché negli anni, diciamo dal 1954 a oggi, film di riconosciuto valore hanno conquistato, meritatamente, il massimo premio veneziano: da “La Grande Guerra” a “La battaglia d’Algeri”. E tuttavia la statistica registra questo: con l’aiutino vinciamo, senza dobbiamo accontentarci di premi minori, per lo più attori e attrici.
Poi, certo, le scelte delle giurie sono insindacabili, ancorché discutibili. Prendete l’edizione del 2015. Quell’anno la Mostra sfoderava 21 film in concorso e c’erano 9 premi a disposizione: vinse quasi tutto il Sudamerica, infatti il presidente di giuria Alfonso Cuarón, ribattezzato “Messico e nuvole”, poté dirsi soddisfatto di aver dato un segno forte della sua presenza. “Cannes 2015 sarà ricordato per aver riscoperto il cinema… francese, noi per aver riscoperto quello latino-americano” celiò il presidente Paolo Baratta tra i sorrisi dei cronisti. Di fatto, senza la Coppa Volpi a Valeria Golino, saremmo ripartiti dal Lido a mani vuote. Quest’anno, parlo del 2020, è successo lo stesso con Pierfrancesco Favino, premiato, pur non essendo protagonista a tutti gli effetti, per la sua prova nel film di Claudio Noce “Padrenostro”.
Non succede così, appunto, quando governa la giuria un presidente italiano. Proviamo a fare la lista. Nel 1954 Ignazio Silone conferisce il Leone d’oro al mediocre “Giulietta e Romeo” di Renato Castellani. Nel 1959 il Leone viene addirittura diviso a metà tra due italiani: “La Grande Guerra” di Mario Monicelli e “Il generale della Rovere” di Roberto Rossellini. Presidente di giuria? Luigi Chiarini, poi direttore della Mostra. Nel 1962 ancora Chiarini premia “Cronaca familiare” di Valerio Zurlini sia pure ex aequo con “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij. Nel 1963 Arturo Lanocita laurea, tra i fischi della destra, “Mani sulla città” di Francesco Rosi. E ancora: Mario Soldati premia nel 1964 “Il deserto rosso” di Michelangelo Antonioni, Carlo Bo nel 1965 “Vaghe stelle dell’Orsa” di Luchino Visconti, Giorgio Bassani nel 1966 “La battaglia d’Algeri” di Gillo Pontecorvo, Sergio Leone nel 1988 “La leggenda del santo bevitore” di Ermanno Olmi.
Ci vorranno altri dieci anni prima che l’Italia riconquisti l’ambito Leone: nel 1998 con “Così ridevano” di Gianni Amelio, presidente di giuria Ettore Scola. Fino al recente 2013, quando trionfa il documentario “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi per mano del carismatico (e amico) presidente Bernardo Bertolucci.
Inutile dire, a scanso di equivoci, che parecchi dei film citati sono capolavori, pietre miliari del cinema italiano, pezzi di storia destinati a durare nel tempo. Grandi anche se non avessero vinto il sospirato primo premio. Ma così è. I Leoni, fino ad ora, sono arrivati solo con presidenti di giuria italiani. Magari è un caso. O forse no. Che dite?

Michele Anselmi

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1954: “Giulietta e Romeo” di Renato Castellani
(Presidente di giuria Ignazio Silone)
1959: ex aequo “La Grande Guerra” di Mario Monicelli
e “Il generale della Rovere” di Roberto Rossellini
(Presidente di giuria Luigi Chiarini)
1962: ex aequo “Cronaca familiare” di Valerio Zurlini
e “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkosvkij
(Presidente di giuria Luigi Chiarini)
1963: “Mani sulle città” di Francesco Rosi
(Presidente di giuria Arturo Lanocita)
1964: “Il deserto rosso” di Michelangelo Antonioni
(Presidente di giuria Mario Soldati)
1965: “Vaghe stelle dell’orsa” di Luchino Visconti
(Presidente di giuria Carlo Bo)
1966: “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo
(Presidente di giuria Giorgio Bassani)
1988: “La leggenda del santo bevitore” di Ermanno Olmi
(Presidente di giuria Sergio Leone)
1998: “Così ridevano” di Gianni Amelio
(Presidente di giuria Ettore Scola)
2013: “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi
(Presidente di giuria Bernardo Bertolucci)

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