L’angolo di Michele Anselmi

Confesso: sulla carta non davo un briciolo di fiducia a “Marilyn ha gli occhi neri”, sia per il titolo respingente, sia per aver visto il trailer. Invece il terzo film di Simone Godano, romano, 44 anni, dal 14 ottobre nelle sale con 01 – Distribution, produce Matteo Rovere, custodisce un suo cuore gentile, anche un discreto coraggio, con l’aria che tira, nel parlare di disagio mentale. Non che sia una novità, Giulio Manfredonia firmò forse il suo film più riuscito con “Si può fare”; ma Godano estrae il meglio dai due attori n cartellone, che sono Stefano Accorsi e Miriam Leone, e non era facile, perché quando si parla di “matti”, più o meno, il cliché è sempre in agguato, tanto più in una chiave di commedia.
Non che manchino i difetti: qualche sforbiciata avrebbe giovato alla storia, troppe canzoni in inglese che nulla c’entrano, qualche sottolineatura inutile; e tuttavia fa simpatia la strana solidarietà che si crea tra gli sciroccati che frequentano, per obbligo del giudice, un Centro Diurno di sostegno psicologico, sotto lo sguardo severo/affettuoso di un medico barbuto.
I due protagonisti sono Diego e Clara, cioè Accorsi e Leone. Lui, balbuziente, iracondo e pieno di tic, è uno chef che appena distrutto il ristorante nel quale lavorava al suono del “Flauto magico” (titoli di testa); lei, bella, scaltra e assai mitomane, è una sedicente attrice che ha scampato la galera dopo aver dato fuoco, per maldestra vendetta, a due appartamenti.
All’inizio non si piacciono neanche un po’, come di prammatica, anche perché lei si sente perfettamente “normale” e nemmeno si siede in circolo con gli altri; ma poi, nell’intrecciarsi negli eventi, i due scoprono di avere qualcosa in comune, magari anche l’idea di unire le forze, insieme a quelle degli altri pazienti, per dare vita, proprio lì nel Centro, a un’impresa di successo: il ristorante “Monroe”.
L’iconica Marilyn è evocata più volte, a partire dalla canzone “I Wanna Be Loved By You”, e continuo a pensare che non sia una buona idea; più interessante è la dinamica che si crea tra i due e il resto della compagnia, secondo formule classiche (c’è la signora affetta dalla “sindrome di Tourette” lesta a offendere tutti senza volerlo), ma riproposte con un certo garbo, senza troppo edulcorare.
Dicevo dei rischi insiti nella caratterizzazione. Con piglio un po’ all’americana, Accorsi restituisce la fibrillazione costante di Diego, soprattutto fisica e comportamentale (ma perché quella bizzarra acconciatura?), evitando con cura la macchietta, e mi pare già molto; mentre Leone, con quella frangetta buffa e la femminilità esibita, fa da contraltare sentimentale, arpeggiando sui temi dell’insicurezza, della solitudine e delle patologiche bugie. In mezzo c’è il bravo Thomas Trabacchi, che fa lo psicologo Paris, con un doloroso segreto nell’armadio.
Frase clou: “La sofferenza degli altri fa sempre paura”. In effetti è così, specie la sofferenza mentale, perché la più impenetrabile e spiazzante.

Michele Anselmi