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Con “Gli anni più belli” Muccino si misura con Scola (e Baglioni)

L’angolo di Michele Anselmi

Con onestà Gabriele Muccino fa scrivere in fondo ai titoli di coda che il suo “Gli anni più belli” è liberamente ispirato a “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola. In effetti sono stati acquistati i diritti, quindi la precisazione è d’obbligo, anche se in molti, soprattutto gli spettatori di una certa età, riconosceranno subito il punto di partenza, e quindi: dinamiche psicologiche/sentimentali del quartetto in campo (tre uomini e una donna), situazioni corali e singole, battute, sottolineature, citazioni, strizzatine d’occhio, incluso il bagno nella Fontana di Trevi, eccetera.
S’intende che Muccino non rifà “C’eravamo tanto amati”, sarebbe stato arduo, se non impossibile, confrontarsi con quel capolavoro assoluto della commedia italiana, e comunque non avrebbe avuto senso provarci oggi.
Reduce dall’ottimo successo commerciale di ”A casa tutti bene”, il regista non pensa più ad Hollywood e sembra aver ritrovato la voglia di raccontare la “sua” Italia. Lo fa in una prospettiva ampia, che parte dal 1982 per arrivare ai giorni nostri, spiegando nelle note di regia che “il vero motore del film è il tempo: siamo modellati dal tempo, crediamo di essere in controllo delle nostre vite quando invece l’unico grande burattinaio è il tempo che passa e ci modifica lentamente”.
Immagino dunque che Muccino parli anche un po’ di sé in questo suo nuovo film, bombardato come non mai dalla musica di Nicola Piovani, coloratissimo, adrenalinico, survoltato, specie nella prima parte, quando i quattro personaggi non sono ancora incarnati dai divi in cartellone, che sono Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria e Micaela Ramazzotti. Scola, al contrario, usò sin dall’inizio, ringiovanendo prima e invecchiando dopo, il quartetto di attori formato da Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores e Stefania Sandrelli.
Ho rispettato l’ordine, anche se in “Gli anni più belli” cambiano le stagioni storiche, “Il rock di Capitano Uncino” prende un po’ il posto della ballata partigiana “E io ero Sandokan”, i mestieri sono diversi, pure nomi e cognomi mutano. Però echeggia, se non vado errato, il “Tema per Luciana” che Armando Trovajoli scrisse per il film Scola.
Ciò detto, Muccino non rinuncia a inserire gli spasmi e gli spasimi dei suoi personaggi all’interno della cosiddetta Grande Storia, dal crollo del muro di Berlino a “Mani Pulite”, dallo shock delle Torri gemelle all’affacciarsi dei Cinquestelle; anche se gli eventi evocati poco toccano, si direbbe, l’esistenza dell’avvocato prima idealista e poi squalo Giulio Ristuccia (Favino), del probo e motivato professore Paolo Incoronato (Rossi Stuart), dello squattrinato ma sensibile cinematografaro Riccardo Morozzi (Santamaria), della sensuale, enigmatica, irrisolta Gemma (Ramazzotti).
Nondimeno ci sono gli echi degli scontri sociali e studenteschi, l’odore fetido della corruzione, i ricordi della miseria infantile, i fallimenti di una certa visione “idealizzata” dell’amicizia; ma servono, mi pare, più come sfondo suggestivo che come autentica cornice. Del resto, è Claudio Baglioni a intonare a squarciagola la canzone con lo stesso titolo del film, il che, senza nulla togliere all’ugola evergreen del cantautore pop, vorrà pur dire qualcosa.
Al film, lungo 130 minuti, scritto dal regista insieme a Paolo Costella e ben fotografato da Eloi Moli, non difettano sequenze azzeccate, anche passaggi qua e là toccanti; manca però quel mix unico di dramma e risate, la descrizione di una condizione umana, soprattutto una frase simbolo, capace di sintetizzare lo spirito generazionale e politico del cine-romanzo di formazione.
“Chi vince la battaglia con la propria coscienza vince la guerra dell’esistenza” gridava il palazzinaro fascista Romolo Catenacci al genero Gianni Perego in “C’eravamo tanto amati”, e c’era dentro tutto. Qui invece si brinda solo “alle cose che ci fanno stare bene”. Ne discende una prospettiva morale diversa, meno asprigna, diciamo consolatoria, rotonda, anche di calda speranza. Laddove Scola chiudeva il suo affresco con un sarcastico “boh” e un quartetto ridotto a terzetto, Muccino invece ricompone il gruppo, sia pure messa a dura prova negli anni, in una sorta di acquietato lieto fine, mentre si affaccia il nuovo anno. Magari è la scelta giusta, che pagherà al botteghino.
Presentato oggi alla stampa, il film, prodotto da Lotus e Raicinema, uscirà nelle sale il 13 febbraio con 01-Distribution.

PS. Un uccellino mi ha detto che tutta la parte relativa all’ossessione per i volatili di Paolo, il professore buono e idealista, sarebbe un omaggio a “Birdy – Le ali della libertà” di Alan Parker. Se così fosse, proprio non si capisce.

Michele Anselmi

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