La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 26

La sindrome del sopravvissuto è un classico del cinema. Perché alimenta il senso di colpa, può nascondere segreti imbarazzanti, resta incisa sulla pelle viva, quindi diventa scottante materia sia artistica sia etica. Oggi passato in concorso qui al Lido, “Ritorno a Buenos Aires” è un film autobiografico senza essere tale. Perché il regista Marco Bechis, autore nel 1999 di quel “Garage Olimpo” che rievocò gli orrori commessi dagli aguzzini del generale Videla durante la dittatura fascista in Argentina, si salvò per il rotto della cuffia dalla morte, avendo egli, prigioniero “01”, il passaporto italiano. Ma fu seviziato e visse quei patimenti, osservando gli amici fiaccati dal Pentothal avviati verso gli aerei che li avrebbero scaricati, ancora vivi, nell’oceano.

Il protagonista del nuovo film, Mariano Guerra, non è Bechis, però c’è qualcosa di lui nel personaggio. Scrive il regista: «Che cosa significa sopravvivere? Per molti anni ho pensato che il cinema potesse liberarmi da questa domanda. Ma non è così».

Si parte da una Torino nebbiosa, dove Guerra salva le vite delle persone, le rianima, chiuso nella sua autoambulanza di servizio. È il 2008: a Buenos Aires sono ricominciate le udienze del “proceso oral”, cioè basato solo su testimonianze verbali, in merito a quanto si consumò nel famigerato Garage Olimpo trent’anni prima. Guerra è stato convocato, essendo stato recluso in quel fetido posto, ma esita a partire. Che cosa lo turba? E perché gli antichi compagni di lotta, quando lo vedono arrivare, sono così gelidi con lui? Del resto abbiamo appena sentito la giudice, prima dell’udienza, confessargli: «Lei lo sa che può entrare come testimone e uscire come imputato?».

Qualcosa di strano avvenne nei due anni e 46 giorni passati in quell’anticamera della morte. Per questo Mariano, rimettendo piede nel suo Paese, appare così sconvolto, febbricitante, in preda a malesseri. Specie dopo aver notato in tribunale, non tra gli imputati, un anziano signore con baffetti che gli ricorda qualcuno…

Adriano Giannini ha l’età e il fisico giusto per incarnare Guerra, il suo spagnolo sembra fluido e l’attore porta bene su di sé i tormenti del personaggio. Ma sono bravi anche tutti gli altri interpreti nel restituire il passato che non passa: seduti di fronte ai carnefici che tre decenni prima usavano, al suono di “Satisfaction” dei Rolling Stones, la “picana” elettrica dei gauchos per martoriare le carni dei giovani antifascisti, anche umiliati, stuprati, chiusi in celle di un metro per due, resi alla fine docili cani.

Naturalmente il film prepara la cruciale testimonianza di Mariano in quell’aula, dopo avercelo mostrato perplesso, impaurito, confuso, vittima di visioni e ricordi. Spiega il regista settantenne: «Ho cercato una regia essenziale, senza spiegare né giudicare; mi interessavano i silenzi, i volti, il tempo dell’attesa, i luoghi che conservano le tracce di ciò che è accaduto». Così è. Magari il controllo della delicata materia, tra storica e morale, non è sempre calibrato, forse c’è qualche sottolineatura di troppo; ma di sicuro si esce da “Ritorno a Buenos Aires” con un sentimento, insieme, di rabbia e di pietà, di orrore e speranza. Anche la “la colpa” del sopravvissuto sopravvive a tutto. Occhio a restare fino in fondo, dopo l’epilogo arriva una scena inattesa, di notevole suggestione emotiva.

Il film sarà nelle sale dal 17 settembre con Fandango. Se lo trovate in versione originale con sottotitoli fate una scelta giusta.

Michele Anselmi