In libreria per Profondo rosso, “Corea Shock. Il nuovo cinema horror della Corea del Sud” fa il punto su una produzione ricchissima che, sia al cinema che in televisione, ha rivelato un nuovo modo di concepire e mettere in immagine la paura. Con saggi di Roberto Lasagna, Fabio Cassano, Andrea Amadori, Antonio Tentori, Anton Giulio Mancino, Antonio Pettierre, Rudy Salvagnini, Francesco Saverio Marzaduri, Caterina Liverani, Fabio Zanello e Rita Ricucci. Ne abbiamo parlato con il curatore, Roberto Lasagna.

Quali sono le condizioni socio-antopologiche che hanno favorito l’emersione dell’horror coreano? 
Roberto Lasagna: In questo libro raccontiamo alcuni momenti del cinema sudcoreano nella prospettiva di offrire motivi per indagare il confine tra l’horror e le barriere dell’esistenza, elementi di un cinema fortemente esistenziale e caratterizzato sul piano umanistico.  Il cuore afflitto della Corea si mostra in una filmografia che non di rado riconduce alla sua radice antropologica, in cui ovunque si respira infelicità, mente la realtà per essere afferrata e compresa richiede una griglia simbolica, un filtro in grado di comprendere ed esorcizzare le insensatezze della condizione sociale e politica. Il nuovo horror sudcoreano mostra aspetti di quell’orrore che è la condizione del prigioniero coreano nell’omonimo film di Kim-ki-duk, dove si sottolinea la stretta compenetrazione tra dimensione etica e riflessione estetica che permea l’intera parabola del regista, in grado di confezionare con maestria film autenticamente disturbanti come “Pietà” (2012) e “Moebius” (2013). Il libro si inerpica tra le vette dell’horror d’autore e il cinema di genere, cercando di evitare steccati e di fornire letture investiganti.

Qual è l’anno zero dell’horror sudcoreano e quali sono i titoli, tra cinema e televisione, assolutamente da recuperare?
R.L.: Dai primi anni Duemila l’horror popola le classifiche come non succedeva da tempo, e la Corea è un paese che porta alla luce autori straordinari, i quali, se con il genere più codificato sembrerebbero non avere molto da spartire di primo acchito, certificano nondimeno l’esistenza di una tensione fortemente espressiva declinandola in una visione mai banale né semplificante, ma radicalmente immersa nella testimonianza più personale dell’esistenza. Park Chan-wook e la trilogia della vendetta, la trilogia di Busan, “The Housemaid”, “Whispering Corridors”, “Goksung”, sono soltanto alcuni dei momenti più impressionanti di una filmografia che l’incetta di Palmarès per un titolo come “Parasite” ha portato in luce clamorosamente nella sua attualità e nella proposta politica ed espressiva incontenibile.

Il cinema di Park Chan-wook, Bong-Joon ho e del compianto Kim-ki-duk lavora su un territorio liminare tra autorialità e orrore, in che modo l’equilibrio trovato da questi autori, ma anche da altri cineasti asiatici e non necessariamente sudcoreani, ha ridefinito il cinema horror, alzando di molto l’asticella delle sue ambizioni?
R.L.: Autori eccellenti com Kim-Ki-duk e Bong-Joon-ho, naturalmente, vanno oltre il genere, eppure questi cineasti visionari, dall’esperienza cinematografica singolare e irriducibile, realizzano forse la scommessa più alta del cinema horror inteso in senso radicale, per una visione che sia autenticamente autorizzata dalla propria antropologia. Per Kim-Ki-duk, il cinema è un tentativo di comprendere l’incomprensibile, e l’esistenza dell’uomo è attraversata dai cineasti sudcoreani con il significativo intento di non dimenticare quel filo spinato che segna il confine fra Nord e Sud. In nome dell’insanabile frattura interna al proprio paese, nascono film per nulla vacui che gettano ombre sinistre ma anche sprazzi di crudeltà, come nell’allegoria di un pescatore nordcoreano de “Il prigioniero coreano” (2016), quel Nam Chul-woo trascinato in prossimità del confine con la Corea del Sud per un guasto al motore della sua barca, grazie al quale, senza seguire i canoni di alcun genere, Kim Ki-duk realizza l’impietoso ritratto della società coreana dove, a causa della guerra ideologica, sembra essersi smarrito ogni brandello di identità umana e civile. Una volta in Corea del Sud, il pescatore viene arrestato e trattato come una spia, quindi, di ritorno in Corea del Nord, viene accusato di tradimento. Il pescatore è come il pesce inerme caduto nella rete, un elemento che attraversa il cinema disturbante del grande regista e di cui ci fornisce una rigorosa analisi Rita Ricucci nel libro, attraverso una selezione personale e illuminante delle opere del cineasta scomparso.

Come hai lavorato all’attribuzione dei vari saggi ai collaboratori del testo e qual è lo schema che hai scelto di seguire?
R.L.: I cineasti di oggi, attingendo dai miti e dalle leggende principali del folclore nazionale, ripercorrono non di rado pellicole classiche, palesando sovente un’ammirazione che perviene a reinterpretare, adattando per le nuove generazioni. Tuttavia si registrano anche forti innovazioni, che i film e i registi affrontano cercando di apportare non unicamente ripetute variazioni di schemi collaudati, ma cercando punti di rottura e deviazioni. Di quelle deviazioni e punti di rottura si occupano gli autori dei saggi di questo libro: ciascun paragrafo coglie, anche in un singolo film, un momento di potenziale riflessione sulle potenzialità dell’horror o sul confronto con gli schemi che lo caratterizzano storicamente.