“The Authority INC.” è la multinazionale per cui lavora Orson (John Hamm), il protagonista di “Corner Office”, film del 2023, in uscita su varie piattaforme streaming; l’inquadratura con cui ci viene presentata l’azienda determina il tono dell’intero film: è megalitica, i “piani alti” si perdono al di sopra delle nuvole e sono invisibili da vedere.
Orson si è trasferito da poco nel nuovo ufficio e sembra adattarsi bene all’ambiente generale: un uomo ordinario, ingrigito dal suo lavoro, la cui esistenza scorre lenta e senza sorprese.
Anche i suoi colleghi condividono con lui questa esistenza routinaria e strettamente legata ai ritmi schematici dell’ufficio, ma le relazioni di potere che si sono stabilite tra loro colgono l’attenzione di Orson e da lui sono descritte attraverso insistenti monologhi interiori: sentiamo tutti i suoi pensieri in un voice over continuo per tutta la durata del film, ne percepiamo il fastidio e il disagio crescenti con il passare del tempo nell’ufficio.

Questo scorrere letargico viene bruscamente arrestato dalla scoperta della “stanza”. Fin dal suo primo ingresso in quel luogo, Orson la definisce “speciale”: l’atmosfera confortevole e vecchio stile lo accoglie e lo aiuta a sentirsi sicuro di sé, capace e a riprendere il controllo nei momenti in cui diventa insofferente alle situazioni dell’ufficio, dove si sente inadatto e inferiore.
Comunque, non passa molto tempo prima che il regista, Joachim Back, insinui il tarlo del dubbio all’interno in Orson e con lui nello spettatore: la stanza esiste davvero o è Orson ad immaginarla?

Dietro la noiosa ordinarietà di Orson vi è una persona insolita, un narratore inaffidabile e con lui facciamo esperienza dell’alienazione di cui parlava Marx, dovuta dal suo lavoro ripetitivo e dalla crescente consapevolezza di essere solo un numero da valutare ai piani alti, senza una vera utilità nell’ufficio e per tanto sostituibile in qualsiasi momento: per quanto ironico, il film assume una piega tragica, a tratti disperata quando ci si rende conto che Orson è uno specchio su cui è riflessa la condizione dell’uomo moderno.

Il film riesce ad essere, in contemporanea, due cose molto diverse: bizzarro e confortante.
Ognuno di noi avrebbe bisogno di una stanza tutta per sé quando la realtà diventa “troppo” da sopportare, in cui riappacificarsi con sé stessi e il mondo che ci circonda; una stanza dove evadere dal nichilismo, da una società che richiede solo di produrre e consumare fino alla morte e dove poter essere sé stessi nella propria bizzarria, senza giudizi ipocriti.

Isabella Bilo