Quella tra Willy il Coyote e Beep Beep è una lotta ancestrale. Da più di 50 anni il predatore dedica tutto sé stesso alla caccia dell’invitante pennuto, risultando solo in infiniti fallimenti. E se la colpa non fosse la sua incapacità, ma il malfunzionamento dei dispositivi di cui fa uso? È questa la tesi esplorata in “Coyote vs. Acme” di Dave Green, uscito al cinema il 2 settembre. Si tratta di un ibrido tra cartone animato e live action, non certo il primo in casa Looney Tunes, che ha già sperimentato lo stile in pellicole come “Space Jam” (1996) e “Looney Tunes: Back in Action” (2003). Deserto di Albuquerque, New Mexico. Willy, nella sua missione quotidiana, è un fervente utilizzatore dei prodotti dell’azienda ACME. Incudini, dinamite, pattini con razzo incorporato che, per un motivo o per un altro, si ritorcono contro di lui, causandogli danni fisici ed umiliazioni, e lasciando invece Beep Beep illeso. Finché, dopo l’ennesima sconfitta, vede in televisione la pubblicità dello studio legale di Kevin Avery (Will Forte), un avvocato che promette un facile risarcimento a chi sia rimasto danneggiato da un prodotto ACME. Non ci pensa due volte prima di recarsi da lui. Kevin è un po’ un avvocato da quattro soldi, ricorda il Saul Goodman di “Breaking Bad”, desideroso di concludere in fretta ognuna delle sue azioni legali. Il Coyote, però, ha ambizioni più grandi, e spinge per intentare una maxicausa contro la ACME, portandola in tribunale. Con ritmo incalzante ed umorismo sarcastico, si snoda una storia tra slapstick comedy, legal drama ed investigazione. Willy, come sempre, è alle prese con i suoi marchingegni, che lo portano ad esplodere o a schiantarsi contro un muro: esiti prevedibili, ma non per questo meno divertenti. Gli attori interpretano personaggi volutamente stereotipati, caricandone le espressioni del volto. La colonna sonora enfatica ed orchestrale contribuisce, per contrasto, ad aumentare l’effetto comico della vicenda. Tuttavia, quando i protagonisti cominciano con le loro indagini, emergono segreti oscuri dell’azienda, ed i toni si fanno un po’ più seri. La ACME, qui, è una multinazionale alla stregua di Apple e Google, che opera in settori variegati e con il proprio logo ovunque: elettrodomestici, motori di ricerca, persino saloni per parrucchieri. Dotata anche di uno spot istituzionale in cui presenta quelli che dovrebbero essere i propri valori, causa in realtà sofferenze allo scopo di ottenere un profitto economico, considerandole un “male necessario”. Difficile non fare il paragone con i test sugli animali ma anche, allargando il campo, con lo sfruttamento ambientale messo in atto dalle grandi aziende. Per due individui accomunati dalla tendenza al fallimento, come Willy e Kevin, è difficile opporsi ad un colosso tale, in una lotta che ricorda quella di Davide contro Golia. La loro battaglia sembra persa a livello di opinione pubblica, ma non infruttuosa, poiché smuove qualcosa nella coscienza collettiva. L’importante, anche quando si è dalla parte del giusto ma in minoranza, è “combattere la legge”, come cantano i Clash in sottofondo ai titoli di coda.

Martina Genovese