Con “La maledizione del Dakota. Rosemary’s Baby, Cielo Drive, John Lennon e altri fatti oscuri”, Camilla Sernagiotto svela connessioni incredibilmente affascinanti su alcuni eventi che hanno segnato il secolo scorso. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

“La maledizione del Dakota”, che pubblichi con Arcana, mette insieme alcuni “fatti oscuri”, come recita il sottotitolo, che come pochi altri hanno sedimentato in maniera profonda nella cultura popolare del secondo Novecento, segnando per sempre la musica e il cinema, in certo modo trasformandoli per sempre. Come nasce questo progetto?
Camilla Sernagiotto: Il progetto nasce nella mia testa da anni, da decenni. Nel 2009 ho pubblicato un romanzo in cui il protagonista era ossessionato dal palazzo Dakota e da tutti questi fatti oscuri che gravitano attorno all’edificio. Si riprometteva di analizzarli prima o poi, e quel prima o poi è arrivato quest’anno. Nel gennaio 2022 cadeva l’anniversario dei 51 anni di un fatto particolare: in un processo per duplice omicidio è stata portata come prova un album musicale. Il processo in questione è quello a Charles Manson e il disco è il cosiddetto White Album dei Beatles, che Manson indicò come movente delle sue stragi. Per Sky Tg 24 ho preparato nel gennaio 2022 un approfondimento relativo a tutta questa storia. Da quell’approfondimento la casa editrice Arcana si è interessata al tema, proponendomi di pubblicare un libro con loro. Il libro è strutturato come una sorta di libro di inchiesta. Si spazia tra tante storie, personaggi e momenti iconici della cultura anni 60’, ’70, ’80 e ’90, ma il fulcro rimane sempre il palazzo che fin dalla sua nascita è stato considerato “maledetto”: il Dakota, appunto. I motivi della nomea “maudit” sono tanti, e vanno dal presunto legame con uno dei più celebri esoteristi e occultisti della storia (il britannico Aleister Crowley) a suicidi, avvistamenti di presenze oscure e cose strane, che nel mio libro documento sempre con un approccio giornalistico, neutrale, obiettivo e super partes. Non prendo mai posizione, riporto verbali della polizia, atti processuali, interviste ai protagonisti e articoli usciti sulle principali testate americane ma anche europee e nel resto del mondo. I due fatti principali per cui il Dakota è considerato maledetto è perché qui il regista Roman Polanski ha ambientato il suo film satanico Rosemary’s Baby, dopodiché sua moglie Sharon Tate è stata massacrata dalla setta di Charles Manson in modalità che ricordano in maniera inquietante quella pellicola; vent’anni più tardi, nel 1980, davanti al portone d’ingresso di questo edificio è stato assassinato John Lennon, che lì dentro abitava assieme a Yoko Ono (e a tante altre star della musica, dello spettacolo e di Hollywood).

A partire dal titolo, il centro della tua indagine – in cui orbitano gli omicidi Manson e “Rosemary’s Baby”, Lennon e Wilson, Crowley, Anton LaVey, i Rolling Stones e i Led Zeppelin – è comunque uno stabile, un palazzo che riesci a rendere il punto focale dei vari micro-saggi che compongono il libro. Come hai proceduto mentalmente alla costruzione del libro?
C.S.: Procedere mentalmente alla costruzione di un libro così intricato è difficile, e non saprei dire come io abbia fatto… Non sto chiamando in causa la scrittura automatica, che invece chiamano in causa molti dei personaggi di cui tratto in questo saggio (per esempio Paul McCartney: quando in un’intervista gli hanno chiesto come è riuscito a scrivere un pezzo come “Yesterday”, lui ha risposto con queste parole: «La melodia di “Yesterday” mi è arrivata in sogno. La musica era già pronta. Bisogna credere alla magia. Non so né leggere né scrivere le note musicali»). Tuttavia posso dire che questo libro è uscito fuori in maniera strana. Definisco come “strani” la rapidità con cui l’ho documentato, con cui ho collegato una miriade di tasselli di un puzzle enorme e con cui ho messo assieme tutto. Vorrei dire di averci messo minimo due anni ma le tempistiche sono state assai diverse, molto ma molto più brevi… Una cosa strana perché comunque la documentazione è stata davvero massiccia.

La fine degli anni Sessanta e di un certo tipo di utopia presagiscono ad un decennio estremamente difficile in cui l’ombra del satanismo, come metafora e contrario speculare del vecchio potere dei fiori, finisce per cambiare il volto alla vita socio-culturale non solo oltreoceano, ma anche in Italia (sia sufficiente pensare all’esplosione di un interesse inedito per l’occulto). Cosa ne pensi?
C.S.: Come dicevi tu, l’Italia per quanto riguarda questa tematica è un luogo cardine. Nel mio libro parlo molto di Stati Uniti e di Gran Bretagna ma, dato che il vero fulcro delle pagine de “La maledizione del Dakota” – prima ancora del Dakota – è la figura di Aleister Crowley, l’Italia gioca un ruolo principale. Proprio a Cefalù, in Sicilia, il famoso esoterista britannico aprì i battenti della sua Cattedrale di Thelema (Thelema era il suo culto). Non scelse la sua Inghilterra, non scelse la Scozia in cui si stabilì per un certo periodo (andando ad abitare nella Boleskine House sulle rive di Loch Ness, casa che poi acquistò Jimmy Page dei Led Zeppelin, il più grande collezionista di cimeli e di proprietà appartenute a Crowley). Per quanto riguarda invece gli Stati Uniti, proprio il film “Rosemary’s Baby” è la pellicola che fa entrare a Hollywood dalla porta d’ingresso (non più dal retro) il satanismo: Polanski era molto vicino agli ambienti dei satanisti, grande amico com’era di Anton LaVey, il fondatore della Chiesa di Satana. Si dice che LaVey abbia lavorato sul set assieme al regista polacco per rendere credibili i rituali satanici descritti dal film, anche se i credits del film non riportano il suo nome. Sia lui sia molti affiliati della sua chiesa erano comunque presenti alla prima della pellicola, quindi chiaramente qualche legame c’è stato. “Rosemary’s Baby” ha sdoganato qualcosa che prima di quel film era impossibile anche solo pensare: prima di quella pellicola c’erano film horror che raccontavano di satanisti, tuttavia si trattava di pellicole di serie B, non film ad alto budget prodotti dalla Paramount e con protagonisti divi del calibro di Mia Farrow e John Cassavetes. Ma l’assoluta novità della pellicola è il modo in cui mostra i satanisti: non più tizi incappucciati e orripilanti, viceversa persone di bell’aspetto, vestiti bene, ricchi, di successo. La congrega di satanisti del film sembra un gruppo di divi di Hollywood che abitano al Dakota (palazzo considerato legato al satanismo da sempre e in cui, stranamente, da sempre vivono proprio star del cinema, della musica e dello spettacolo, da Lauren Bacall a Liza Minelli, da Boris Karloff a Leonard Bernstein). Con “Rosemary’s Baby” il satanismo e la Chiesa di Satana fondata da LaVey diventarono di tendenza, una tendenza che divenne imprescindibile dal successo, un po’ come per quanto è accaduto con la meditazione trascendentale del Maharishi Yogi (il mistico e guru presso cui i Beatles composero il White Abum, negli stessi giorni in cui incredibilmente lì con loro chi c’era? No, non ve lo dico perché se no spoilero troppo del saggio “La maledizione del Dakota”…). Ma il successo (alla luce del sole) del satanismo a Hollywood durò solo un anno e due mesi, perché dopo 14 mesi Sharon Tate (l’attrice moglie di Polanski che avrebbe dovuto interpretare Rosemary, prima che la Paramount imponesse Mia Farrow) è stata massacrata dalla Family di Manson mentre era incinta all’ottavo mese e mezzo di gravidanza. Benché Manson non si sia mai apertamente affiliato a gruppi satanici (invece è stato molto affascinato da altri culti, per esempio Scientology), le sue stragi sono state immediatamente ricondotte al satanismo, che venne messo al bando a Hollywood così come dappertutto.
“Gli Anni ’60 sono finiti bruscamente il 9 agosto 1969 con gli omicidi di Manson” è la famosa citazione di Joan Didion, tuttavia non credo che sia colpa del satanismo: la colpa è di Charles Manson, quindi dell’intera società. Perché Charles Manson ha una storia personale da cui si capisce che si sarebbe potuto evitare tutto ciò che è accaduto, come per Chapman (l’assassino di John Lennon), come per Oswald (l’assassino di John Kennedy), come per John Hinckley Jr. (attentatore di Ronald Reagan, che cercò di uccidere per attirare l’attenzione di Jodie Foster, di cui Hinckley era lo stalker), come per John Robert Bardo (l’assassino dell’attrice Rebecca Schaeffer)… Tutti queste stragi si sarebbero potute evitare, e non dico certo non pubblicando i romanzi “Il giovane Holden” e “Il mago di Oz” o il disco White Album dei Beatles, giusto per citare alcune delle opere culturali a cui è stata addossata la colpa dei suddetti omicidi e attentati (come se fossero state queste a ispirare il delirio omicida).

Il massacro di Cielo Drive è stato più volte raccontato al cinema, sia in forma documentaria che di finzione, quali sono i titoli a cui è bene avvicinarsi e quali quelli da cui è meglio tenersi alla larga?
C.S.: A mio avviso c’è troppo poco di genere documentaristico dedicato a questo capitolo buio. Credo che molto del riserbo che grandi cineasti e grandi firme del filone documentaristico si sentono in dovere di rispettare sia legato al fatto che una delle persone legate a questa tragedia sia ancora viva: Roman Polanski. A parte qualche focus – più che altro televisivo – che racconta dell’eccidio di Cielo Drive in modo alquanto sommario e sbrigativo, per adesso soltanto un grande nome di Hollywood si è occupato di quella tragica notte, trasformandola comunque in tutt’altro. Parliamo di Quentin Tarantino e del suo C’era una volta a… Hollywood, l’ultimo film del regista di Pulp Fiction. Uscito nel 2019, C’era una volta a… Hollywood è un’opera di fiction liberamente ispirata ai fatti realmente accaduti a Sharon Tate. Diciamo molto “liberamente ispirata” dato che il finale è del tutto diverso da quello che la realtà ha riservato alle vittime di Charles Manson. Una sorta di rivincita che Hollywood si prende contro i banditi numero uno che hanno messo a ferro e fuoco il loro mondo, proprio come un western in cui alla fine i cattivi vengono messi in scacco, ribaltando tutto quanto. C’è chi ha criticato la pellicola considerandola poco rispettosa ma non credo proprio che nell’intento di Tarantino ci sia stato essere irrispettoso nei confronti di Sharon Tate, delle altre vittime e di Roman Polanski, anzi.

A cosa stai lavorando ora?
C.S.: Assieme al gruppo editoriale Lit Edizioni (di cui fa parte Arcana, il marchio editoriale per cui ho pubblicato “La maledizione del Dakota. Rosemary’s Baby, Cielo Drive, John Lennon e altri fatti oscuri”) sto lavorando a svariati testi che usciranno prossimamente. Il primo sarà per la casa editrice Ultra (del gruppo Lit Edizioni) e parlerà in maniera inedita di un argomento che purtroppo è molto attuale: la bomba atomica. Per adesso non posso dire di più ma non vedo l’ora di potervelo presentare. Ho una vera e propria ossessione per la bomba atomica. Per esempio il mio romanzo del 2009 il cui protagonista era ossessionato dal palazzo Dakota aveva come protagonista Enola, un ragazzo omosessuale convinto di essere incinto del nuovo messia, che lui chiamava Little Boy perché era certo che fosse un maschio. È una metafora dell’Enola Gay, il bombardiere che sganciò la bomba atomica su Hiroshima, bomba che era chiamata proprio Little Boy. Il mio secondo romanzo parla di un tizio molto grasso che tutti chiamano Fat Man, che sta aspettando l’arrivo del suo amico Bock che lo passerà a prendere in macchina per partire per il viaggio della vita. Anche quella è una metafora dell’atomica: Fat Man è stata la seconda bomba atomica, quella sganciata su Nagasaki dal bombardiere Bock’s Car (che, tradotto, vuol dire proprio “l’automobile di Bock”). E il titolo di quel mio secondo romanzo è “I bambini sono nati con successo”: “babies satisfactorily born” era la frase in codice utilizzata per far sapere al presidente Truman che le due bombe erano state sganciate. La mia ossessione è solo storico-culturale, una passione legata alla storia del Progetto Manhattan (il progetto militare statunitense che portò alla progettazione e fabbricazione della bomba). Non sono certo pro bomba, chiaramente. È come se un topo fosse pro trappola per topo, per ricollegarmi alla citazione di Albert Einstein relativa alla bomba atomica. “L’uomo ha inventato la bomba atomica, ma nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi”, ha detto Albert Einstein.