L’angolo di Michele Anselmi 

Nel disastro attuale degli incassi, film americani inclusi, “L’arte della gioia” tutto sommato si difende, considerando la natura televisiva della miniserie di Valeria Golino nata per Sky. Circa 270 mila euro in due settimane, con poche copie in giro, e oggi, giovedì 13 giugno, esce nei cinema il secondo atto, che corrisponde agli ultimi tre episodi, per un totale di circa 155 minuti. Come sapete alla base c’è un monumentale romanzo di Goliarda Sapienza, diviso in quattro parti, la prima delle quali presa in esame da Golino e dai suoi sceneggiatori. Siamo in zona “feuilleton” a forti tinte, ma con una marcia in più, perché Modesta Spataro, la contandinella stuprata da suo padre a nove anni, finita in convento e da lì accolta, dopo varie peripezie, nella lussuosa residenza di campagna della principessa Gaia Brandiforti, a suo modo è una donna moderna, per nulla modesta: campionessa dell’arte di adattarsi per prendersi la sua fetta di gioia. Contro tutto e tutti, con cinismo ben temperato, volgendo a proprio vantaggio, anche a costo di strappare vite umane, gli eventi ben manovrati.
Se avete visto il primo atto, uscito nelle sale giovedì 30 maggio con Vision Distribution, ricorderete che Modesta è riuscita a rendere docile il “mostruoso” figlio della principessa, Filippo, confinato nel suo appartamento/prigione, conquistando così la gratitudine di tutti. “Ora che avevo ottenuto ciò di cui avevo bisogno, mi sarei presa ciò che volevo” confessa Modesta rivolta allo spettatore, e scatta qui la seconda parte del piano, assai rischiosa. Sposare il principino Ippolito per entrare legalmente nella famiglia aristocratica, divertirsi a letto con il virile “gabellotto” Carmine (basta amori lesbici), infine fingersi incinta del “rospo” per mettere a punto il colpo definitivo, il più abile. Ma l’arrivo devastante della “Spagnola”, l’epidemia influenzale che uccise milioni di persone tra il 1918 e il 1920, sembra congelare tutta la situazione, soprattutto perché la principessa, forse colpita dal virus, non intende farsi ricattare dalla svelta ospite che ormai la fa da padrona.
“Ferma, picciridda, è finito il tempo della spensieratezza!” si sente dire Modesta dal rude Carmine, e lei per un po’ sembra vacillare a causa di un testamento che forse esiste ma nessuno sa dove sia. Bisogna seguire queste tre puntate, in un succedersi di fatti poco commendevoli, perché l’arrampicatrice sociale possa “unire l’utile al dilettevole” ed entrare trionfalmente nel palazzo principesco di Catania.
Rispetto alla prima parte, questa seconda è ancor più ricca di avvenimenti e colpi di scena, pure di voluti riferimenti al Covid. “Non trovate che si cucini troppo da quando c’è questa pandemia?” chiede la principessa Gaia, annoiata dalla clausura e dalle mascherine, lucidamente consapevole dell’amorale scaltrezza dell’ex novizia.
Tecla Insolia, Valeria Bruni Tedeschi, Guido Caprino e Alma Noce, rispettivamente Modesta, Gaia, Carmine e Beatrice, bene s’intonano all’andamento tra fosco, romanzesco e “pop” impreso da Golino al suo racconto televisivo. Seguendo il quale io non ho mai guardato l’orologio, e mi pare già molto.
Ieri, intervistata da Valerio Cappelli per il “Corriere della Sera”, alla domanda se abbia mai tradito sentimentalmente qualcuno, la 58enne regista/attrice ha risposto: “Solo quando è stato necessario”. Una risposta, a pensarci meglio, che avrebbe benissimo potuto dare la sua “antieroina” Modesta Spataro.
Qui quanto scrissi il 29 maggio, sulla prima parte della serie.

Michele Anselmi