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Dalla Polonia cattolica arriva una satira macabra sulla “mostruosità”

L’angolo di Michele Anselmi 

Che cosa vuole dirci, con “Un’altra vita – Mug”, la 46enne regista polacca Małgorzata Szumowska? Suppergiù quanto confessa in un’intervista: “Faccio film su ciò che mi disturba della Polonia. Ciò che mi irrita è una fede cattolica profondamente radicata e poco attenta all’altro, l’ipocrisia, la mancanza di tolleranza, il fatto di girarsi dall’altra parte di fronte al diverso, al nuovo”. E la recensione potrebbe finire qui, perché, in effetti, questo scaturisce dalla bizzarra commedia nera premiata alla 68ª Berlinale, da mercoledì 24 aprile nelle sale con Bim e Movies Inspired. Dove si narra la storia di un giovane operaio edile, Jacek, bello e capellone, fidanzato con una sexy-ballerina e rintronato di musica heavy metal, che sfreccia nelle strade del suo paesino nella Polonia meridionale a bordo di una 127 rossa.
Quando l’incontriamo, il giovanotto sta lavorando alla costruzione di una gigantesca statua del Cristo Re, che esiste davvero a Świebodzin: alta 36 metri, 52 col basamento, fu inaugurata nel novembre del 2010 dopo cinque anni di cantiere. Ma Jacek ancora non sa che quella statua, destinata ad essere la più imponente del mondo, sarà la sua maledizione. Una svista lo fa sfracellare in terra, molto metri più in basso. Vivo per miracolo ma sfigurato, l’operaio viene sottoposto a un complicato trapianto facciale che lo restituisce alla sua comunità coi connotati alquanto diversi.
A causa degli innesti e delle cuciture il bel volto di un tempo è andato a farsi benedire, e con esso alcune funzioni. Ma Jacek, superato lo shock, prova a reinserirsi nella comunità campagnola, come un “freak” illustre, seguito e blandito dai mass-media, cercato pure per delle pubblicità. E tuttavia cresce l’imbarazzo nei suoi confronti, solo la sorella lo sostiene, mentre il poveretto si ritrova solo, abbandonato, trattato come un lebbroso, esposto pure a un goffo tentativo di esorcismo. Non gli resterà che prendere una decisione drastica.
Il messaggio è chiaro: il paesello ultracattolico, pronto ad esaltarsi per la statua-simbolo, abbandona lo sfortunato fratello bisognoso di aiuto, anzi lo rinnega, ne fa un disadattato, quasi un “peccatore”. E intanto scopriamo che il volto dell’enorme Cristo non guarda nella direzione giusta (uno sberleffo della regista, grazie agli effetti speciali).
“Un’altra vita – Mug” irride e satireggia partendo da una condizione tragica. Il viso “mostruoso” che crea imbarazzo in chi guarda, inclusi gli spettatori, non è una novità al cinema, basti pensare a “Elephant Man”, a “Johnny il bello” o a “Dietro la maschera”, solo che Szumowska applica un supplemento di grigia desolazione polacca alla storia, sbandando qua e là, poggiando il tutto su un esibito kitsch: dalle note di “L’amour toujours” di Gigi D’Agostino a quel prologo grottesco con la corsa ai saldi natalizi riservata solo a chi resta in triste biancheria intima.
Mateusz Kościukiewicz incarna il doppio Jacek: prima coi capelli lunghi e la barba da giovane metallaro spensierato, poi con i capelli corti e il viso tra il deformato e il ricucito. Immagino le sedute di trucco per renderlo così irriconoscibile, benché il film dica esattamente l’opposto, e cioè che Jacek si riconosce benissimo, e accetterebbe pure quel destino atroce se solo il mondo circostante non lo mettesse al bando.

Michele Anselmi

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