L’angolo di Michele Anselmi 

Era in concorso alla Mostra di Venezia 2019, dove, benché data tra i titoli favoriti nell’edizione pilotata dalla “femminista” Lucrecia Martel presidente di giuria, alla fine si aggiudicò solo il marginale premio Mastroianni, conferito all’attore Toby Wallace. Adesso, quasi due anni dopo, “Babyteeth – Tutti i colori di Milla” è nelle sale (pochissime) dal 13 aprile con Movies Inspired, e chissà che il film australiano firmato dalla giovane Shannon Murphy non susciti qualche curiosità, nonostante l’argomento arduo.
Colpisce però la delicatezza con la quale la regista esordiente, che viene dal teatro, reinventa per lo schermo una pièce teatrale di Rita Kalnejais, lasciando che il tema sempre scivoloso della malattia mortale su un adolescente venga inserito in un racconto irriverente e sentimentale allo stesso tempo, senza ricatti, con affondi anche acri, ma con lo sguardo attento alla cognizione del dolore.
Milla Finley è una sedicenne malata di cancro. Vivace e insofferente alla disciplina scolastica, s’invaghisce di un piccolo spacciatore, non molto più grande di lei, e lo porta in famiglia nella sorpresa dei genitori. I quali sembrano normali, affettuosi, ma invece nel privato custodiscono germi tipici della famiglia disfunzionale. Resa calva dalla chemio, Milla indossa le parrucche più fantasiose e vive l’ultimo miglio (ha appena scoperto un nodulo fatale sotto l’ascella) con saggia consapevolezza, anche un lampo di eccentricità, costringendo i suoi pochi amici, a partire dal tossico Moses senza fissa dimora, a fare i conti con la mortalità, le ipocrisie, pure il mistero della vita e della natura.
Eliza Scanlen è davvero prodigiosa nel ruolo di Milla: giovane donna consapevole, ma ancora vergine e fisicamente acerba (il dente da latte del titolo). Tra buffe scene di sesso e presagi luttuosi, il film non dimentica la lezione di Gus Van Sant e della prima Jane Campion, ma lo fa con piglio originale, sensibile; e anche i titoletti scelti per introdurre ogni scena, ormai così di moda, alla fine non disturbano.

Michele Anselmi