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Dall’Islanda arriva “The Deep”, la vera storia dell’uomo-foca

Michele Anselmi per Cinemonitor
“Io non sono un eroe, ho solo cercato di restare vivo, come avrebbe fatto chiunque”. Così Gudlaugur “Gulli” Fridthorsson, il pescatore islandese delle isole Vestmann che nel lontano 1984 riuscì a sopravvivere, miracolosamente, al naufragio, nuotando per sei ore in quelle acque gelide, a due o tre gradi sotto zero. “Miracolosamente” forse non è l’avverbio giusto.
La sua strabiliante storia venne raccontata da un film di Baltasar Kormákur girato nel 2012 che solo adesso arriva sugli schermi italiani, dal giovedì 18 luglio, grazie all’iniziativa di Movies Inspired. Temo che si perderà nella folla di uscite estive, quasi tutte disperate sul piano degli incassi; e tuttavia se vi piacciono le toste storie marinare “The Deep” (così suona il titolo internazionale) merita indiscutibilmente una visita. Perché l’islandese Kormákur, poi reclutato a Hollywood per realizzare film ricolmi di star come “Contraband”, “Cani sciolti” o “Everest”, sfodera una sensibilità particolare, pur nella durezza estrema della vicenda, nel rievocare quell’impresa unica, per certi versi inspiegabile.
“Gulli” aveva compiuto da poco 22 anni quando nella notte dell’11 marzo 1984 salpò dal porto della cittadina di Heimaey, insieme agli altri quattro compagni di equipaggio, a bordo del peschereccio “Hellisey VE-503”. Poco dopo una rete a strascico restò incastrata nei fondali, l’argano provocò il veloce rovesciamento dell’imbarcazione e quei poveretti morirono l’uno dopo l’altro per lo shock termico. Non “Gulli” però: animato da una strana forza interiore, parlando con i gabbiani sopra di lui per non mandare in pappa il cervello, il giovanotto nuotò per sei ore, approdò sull’isola vulcanica, camminò senza scarpe, sanguinante, sui sassi aguzzi di materia lavica e infine, esausto, riuscì a suonare a una porta del suo villaggio.
Il film rievoca l’odissea di quell’uomo che sarebbe dovuto morire in acqua nel giro di venti minuti e invece riuscì a salvarsi. Sulle prime non creduto dai suoi concittadini, poi riaccolto con sospetto, pure trattato come un “fenomeno” dalla comunità scientifica, che volle studiarlo per capire di che consistenza speciale fosse il suo grasso corporeo. Per i media islandesi divenne “l’uomo foca”, ma ci fu anche chi lo definì, nella chiacchiera popolare, “un mostro marino”.
Se Kormákur è bravo nel ricostruire il naufragio, immergendo la tragedia marinara in un’oscurità gelida che lo spettatore quasi si sente addosso, il meglio del film sta nel “dopo”: scampato alla morte, “Gulli” deve quasi scusarsi per essere vivo, e ci vorrà del tempo perché, passato il clamore e i cattivi pensieri della piccola comunità, possa tornare in mare.
Ólafur Darri Ólaffson è l’attore che incarna il sopravvissuto riccio e corpulento: un uomo normale immerso in una situazione eccezionale, pure un giovanotto timido e silenzioso, capace di tenere sveglia la mente, mentre il gelo paralizza le membra, ripensando agli amori non coltivati, ai debiti non saldati, alle cose non fatte.

Michele Anselmi

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