L’angolo di Michele Anselmi 

“Io non so’ ciociaro, io so’ sabino”. Lo rivendica con ruspante e contadino orgoglio il protagonista di “Orlando”, il nuovo film di Daniele Vicari (accento sulla prima “i” del cognome) che stasera passa al festival di Torino e giovedì 1 dicembre esce nelle sale con Europictures. È sabino anche il regista, classe 1967, nato a Castel di Tora, nel Reatino; e naturalmente in questa storia confluiscono riflessi tra autobiografici e familiari, sia pure in una chiave di forte reinvenzione drammaturgica.
Orlando è un settantacinquenne ruvido e solitario, coi baffoni e lo zuccotto di lana. Vive in campagna, coltiva la terra e si occupa delle bestie, ogni tanto suona l’organetto diatonico in qualche festa locale. Allergico alla modernità, non possiede il cellulare e ha sempre parlato in dialetto, il minino necessario. “Hanno il sapore e la consistenza della terra e della roccia. Non sono simpatici al primo impatto. Sono persone dure, capaci di accogliere, a modo loro, e di reagire alle tragedie” dice Vicari di quelli come lui.
Ma anche Orlando, pur vivendo in un passato che non passa, deve fare i conti con l’imprevisto, con l’inatteso. Suo figlio, emigrato in Belgio vent’anni prima proprio per sfuggire a quella vita campagnola, è stato ricoverato in ospedale, la situazione è grave. A Orlando non resta, controvoglia, che partire in treno alla volta di Bruxelles, qualche migliaia di euro cuciti nella giacca e una gran voglia di tornare appena possibile a casa. Ma lì, subito fermato dalla polizia perché senza mascherina e con la carta d’identità scaduta, il vecchio scoprirà di avere una nipote quattordicenne, Lyse: tosta, autonoma, carina, appena incuriosita da quel nonno che pare uscire da un’ingiallita fotografia sull’immigrazione.
Avrete capito che il film è la cronaca di uno spaesamento, quello vissuto da Orlando in una città fatta di grattacieli dove tutti parlano francese, e di un avvicinamento, quello tra i due mondi apparentemente inconciliabili, agli antipodi, per età, lingua, stili di vita. S’intende che il vecchio e la ragazzina all’inizio faticano a intendersi, peraltro ci sono affitti arretrati da pagare più le spese per il pattinaggio artistico da lei praticato. Orlando s’industria come può per guadagnare qualche euro, ma Bruxelles proprio non gli piace: per un attimo pensa perfino di far adottare la nipote, recalcitrante all’idea di trasferirsi in Italia.
Vicari applica al racconto un stile severo, a tratti randagio, che poco concede al sorriso, alla tenerezza, anzi ogni volta che sta per succedere qualcosa di bello tra i due il film sembra ritrarsi, perché lo spettatore non si faccia illusioni. A mio parere spinge troppo in là questo rigore punitivo, anche se nell’epilogo accadrà un fatto inatteso…
Dedicato a Ettore Scola, fotografato a luce naturale da Gherardo Gossi e scandito dalle musiche di Teho Teardo (perlopiù note scabre di chitarra elettrica un po’ alla maniera di Bill Frisell), “Orlando” celebra una possibile ricomposizione familiare partendo dal ritratto di un uomo a suo modo misterioso, inafferrabile, murato vivo in una radicale condizione umana, pure antropologica. Si vorrebbe, ripeto, che un palpito affettuoso accendesse un barlume di speranza, ma, appunto, bisogna attendere quasi due ore perché avvenga.
Michele Placido, nei panni di Orlando, si attiene scrupolosamente, per gesti, ruvidezza e laconicità, alla prospettiva di Vicari, come del resto gli altri interpreti, dalla debuttante Angelica Kazankova, che fa Lyse, a Fabrizio Rongione, Federico Pacifici e Denis Mpunga, rispettivamente nei panni dell’assistente sociale, del ristoratore ciociaro trapiantato da anni a Bruxelles e dell’esoso padrone di casa.

Michele Anselmi