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“Dark”, una serie cult tra paradossi temporali e destini ineluttabili

Se si potesse in una semplice frase riassumere l’essenza di “Dark”, complicata serie Netflix che ha esordito nel 2017, diventando un fenomeno di successo mondiale, sarebbe che tutti prima o poi moriremo, ma a causa delle complessità che si intrecciano nelle strade intricate della vita, non sapremo mai come e quando. Malgrado questo concetto dell’ineluttabilità si propaghi dall’inizio fino all’ultimo fotogramma della serie, alcuni dei personaggi cardine sapranno molto bene e vedranno coi propri occhi cosa li aspetta. Conosceranno la sofferenza e la morte, avranno davanti a se stessi il proprio sé in una realtà alternativa e via dicendo, trasgredendo l’ordine delle cose che finora tutti abbiamo conosciuto, pur di riparare ai danni causati da un varco spazio-temporale nelle grotte della fittizia Winden, cittadina della Germania minacciata sin dagli anni ’50 dalla presenza di una centrale nucleare e da alcune misteriose sparizioni ciclicamente ripetutesi nel tempo.

“Dark”, co-creata da Baran Bo Odar e Jantje Friese, infonde nel proprio plot un affascinante mix di thriller e fantascienza virata al viaggio nel tempo, di mitologia greca e nordica, con colte citazioni, da Schopenhauer e Nietzsche. Il duo di giovani autori è riuscito a costruire una sorta di trilogia seriale che, pur non raccontando niente di nuovo, ha lasciato incantato gran parte del pubblico per la capacità, oltre che tecnica, di portare nuova linfa vitale ad un genere ormai arrivato alla saturazione per via del suo abuso. Se la sceneggiatura sembra pensata in ogni minimo dettaglio, indubbiamente questa non è esente da forzature, buchi e inutili lungaggini – si avrebbe forse dovuto accorciare qua e là – , tuttavia questa rimane solida e integra quando si guarda al risultato d’insieme e conclusivo. Che piaccia o meno, il lavoro, a partire dall’immenso cast orchestrato egregiamente, è encomiabile e probabilmente, se non l’ha già fatto, farà storia.

Si spera che, visto il successo, i creatori possano tornare sul proprio lavoro per perfezionarlo e, perché no, ridurlo in una versione cinematografica. Sarebbe già un bel passo avanti anche riuscire a recuperare almeno un paio dei quattro film precedenti di Bo Odar, mai usciti in Italia all’infuori del suo peggiore nonché hollywoodiano, “Sleepless – Il giustiziere”.

Furio Spinosi

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