Sound & Vision

“Sound of Metal”, opera prima del regista statunitense Darius Marder prodotta nel 2019 dal colosso dello streaming Amazon, si è aggiudicato pochi mesi fa l’Oscar come miglior sonoro. Questo film racconta la storia di Ruben, batterista che deve fare i conti con la progressiva perdita del senso a lui più caro: l’udito. Il sound design, però, è il vero protagonista indiscusso di questo lungometraggio.

La pellicola si apre con Ruben che esegue una cavalcata noise rock sui piatti della batteria, sostenendo gli urli striduli di Louise, la compagna del protagonista e voce nel loro duo punk. Questa, inaspettatamente, sarà però l’ultima esibizione della band. Prima del soundcheck del loro prossimo concerto, una risonanza acuta si manifesta a Ruben come un sibilo lontano. Come il rimbombo di una granata a frammentazione esplosa a pochi metri da un soldato impaurito e disorientato. Queste frequenze alte sono quelle che il protagonista, da quel momento in poi, non sentirà mai più. Il suono diventa immediatamente ovattato, gommoso. I rumori si tramutano in misteri inintelligibili. Le frequenze basse rimbombano come parole pronunciate sott’acqua. Il vero orrore assale Ruben: i suoni della batteria gli arrivano filtrati, distanti, smorzati, sprofondati in un oceano di frequenze intorno ai 250 Hertz.

Tramite il meccanismo dell’auricolarizzazione interna, lo spettatore è forzato ad ascoltare quello che (non) sente il protagonista, provando una sensazione di isolamento ed alienazione simile a quella di chi si sta progressivamente accorgendo di star perdendo l’udito. Il film punta su questo meccanismo di immedesimazione, alternando momenti in cui si viene calati nei panni di Ruben ad altri in cui si riesce a sentire normalmente tutti i suoni ed i dialoghi. A rendere ancora più efficace questo stratagemma uditivo ci pensa una colonna sonora dissonante, atonale, ovattata, che ricorda esplicitamente il deterioramento dell’organo di senso più importante per Ruben. Esiste un’unica via d’uscita da questo incubo. Un’ operazione in grado di bypassare la coclea e di far riacquisire l’udito grazie all’installazione di due apparecchi acustici all’avanguardia. Sfortunatamente, Ruben non riottiene completamente il senso perduto, ma viene incatenato in un limbo di suoni erosi e deteriorati. Infatti, questi apparecchi, vero e proprio filtro tra Ruben e la realtà esterna, permettono solamente di ingannare il cervello a generare degli impulsi che ricordano vagamente l’udito.

Tramite il ricorso alla tecnica del bitcrushing, ovvero un effetto audio che produce distorsione riducendo la risoluzione del segnale audio, il sound designer permette allo spettatore di testare direttamente questi apparecchi acustici. I suoni provenienti dal mondo esterno appaiono come filtrati da una radio ormai in disuso, erosi, deteriorati, dominati da interferenze e da sibili di rumore bianco. Lo straniamento è massimo nelle ultime sequenze, quando una dolce ballata per piano e voce si trasforma per Ruben in una cacofonia disturbante di rumori. Il picco emozionale della pellicola viene raggiunto sul finale quando Ruben decide di togliersi gli apparecchi acustici, facendosi cullare dalla quiete che ha rincorso per tutta la pellicola. Silenzio.

Gioele Barsotti