L’angolo di Michele Anselmi 

La cosa sfiziosa è che ogni episodio dura solo 44 minuti e racchiude una storia compiuta, un’avventura a sé. Ma agli americani la serie non è piaciuta granché, infatti Fox Usa ha deciso di non proseguire oltre la prima stagione, per un totale di tredici episodi. Costava troppo, il protagonista Stephen Dorff beccava 250 mila dollari a puntata più una percentuale sulla produzione, gli ascolti non hanno superato i 3.7 milioni di spettatori, pochi per una serie così costosa. Tuttavia, se vi piacciono i polizieschi metropolitani con una vaga atmosfera western, “Deputy” merita una visita. La trovate sul canale 112 di Sky dall’11 dicembre scorso, in questi giorni post-natalizi pure senza pubblicità.
“Deputy” sta per “vice” non per “deputato”, come qualcuno ancora crede in Italia, ma in questo caso il titolo va preso con una dose di leggera ironia. Siamo a Los Angeles, dove il sergente Bill Hollister, un tipo tosto e onesto, con una bella moglie medica ospedaliera e una gran passione per i cavalli e i cappelli Stetson, si ritrova nominato “Los Angeles County Sheriff” nel bel mezzo di un’operazione di polizia. Non può crederci. Il suo capo è appena morto, sicché, in attesa delle regolari elezioni, tocca a lui, in quanto veterano e per età, ricoprire per tre mesi quel ruolo di grande potere cittadino.
Solo che Hollister è l’opposto dello sbirro attento ai dosaggi politici e alla costruzione delle alleanze. Sembra un cowboy, anzi uno sceriffo del vecchio West: ruvido, irruento, sempre in mezzo ai proiettili, allergico alle scartoffie, pure anarcoide e talvolta irresponsabile. Insomma avete capito. Ma ha un tosto collega ex alcolizzato che lo spalleggia, una sensibile recluta di colore che lo adora e un’autista lesbica che lo riporta ogni volta alla ragione.
Creata da Will Beall, uno che viene da quel genere, “Deputy” ha il pregio, secondo me, di non “psicologizzare” troppo: Hollister è una sorta di Caterpillar, non guarda in faccia a nessuno, travolge regole consolidate ed etichette consunte, ma è anche politicamente corretto, rispettoso delle minoranze, incline a non uccidere, se non per necessità.
Un personaggio unidimensionale? Certo. Tutto è un po’ tagliato con l’accetta. A suo modo un perfetto “american hero”, e tuttavia non un teorico del binomio “law & order” così strombazzato dal presidente Donald Trump, che pure deve molto, se non moltissimo, alla Fox.

Michele Anselmi