Carl Gustav Jung l’ha definita “sincronicità”. In inglese si usa il termine “serendipity”. Potremmo chiamarla la legge delle coincidenze, quegli eventi bizzarri che capitano quando meno te l’aspetti e forgiano il nostro destino in maniera indelebile. Non a caso John Lennon cantava che la vita è quello che ti accade mentre hai altri progetti per la testa. Non a caso, “Destini” s’intitola il libro scritto a quattro mani da Clio Evans, attrice di teatro, e Lele Spedicato, chitarrista dei Negramaro. Lei affetta da un tumore al cervello devastante, ritenuto incurabile. Lui colpito da un gravissimo ictus, tanto che i luminari lo avevano già dato per spacciato. Eppure entrambi sono sopravvissuti, non hanno staccato la spina e sono ritornati alla vita di tutti i giorni. La cosa bella è che lo hanno fatto insieme. Che cosa significhi ritrovare la salute lo raccontano sia nel loro libro “Destini” che nell’ora abbondante di conversazione che abbiamo trascorso insieme.

Va fatta però una precisazione. Per uno strano gioco del destino sia io che Clio Evans siamo molto affezionati a una conoscenza che abbiamo in comune, una persona ottantasettenne originaria dello Sri Lanka registrata all’anagrafe come Munamalpe Paranavithanage Nandawathie, ma da tutti quelli che la frequentano conosciuta come Nanda. È lei la protagonista invisibile del libro. Pertanto è da lei che abbiamo voluto partire. 

 

Clio, Nanda c’è sempre stata nei momenti importanti e difficili della tua vita. Era presente nei momenti in cui ti sei sentita male oppure avevi bisogno di sostegno.

Clio: Vuoi per carattere vuoi per esigenze di lavoro i miei sono sempre stati un po’ assenti, con tutto che mi amano e che abbiamo un bellissimo rapporto. Erano spesso in viaggio. Invece Nanda, che viveva e vive con noi, è sempre stata presente, un vero e totale punto di riferimento. Come ho scritto, si è presa a cuore la nostra famiglia, soprattutto me. È sempre stata una roccia, una persona per me fondamentale. Il caso ha voluto che quando stetti male per la prima volta i miei fossero in Grecia. Ma lei in quell’occasione stava a casa per fortuna, e io ovviamente mi sono sentita più sicura. Nanda è una persona speciale. Chiunque la conosce dice che Nanda emana pace, benessere. Nanda è pazienza pura, una persona che non mi ha mai chiesto niente e mi ha sempre dato. Forse dipende dalla sua cultura buddista. Adesso che è andata in pensione, anziché ritornare in Sri Lanka è rimasta con noi come, diciamo, nonnina. Io mi prendo cura di lei e lei, visto che è una creatura benedetta dal Signore, ha un rapporto bellissimo con i miei due figli Ianko e Diana. È una persona di famiglia.

L’autobiografia del grande autore indiano Salman Rushdie è scritta in terza persona perché negli anni in cui la fatwa lo ha costretto a vivere anonimo e scortato, e a scegliersi un nuovo nome, si è inventato quello di Joseph Anton, in onore dei suoi due scrittori preferiti (Joseph Conrad e Anton Cechov). Anche la tua autobiografia è scritta in terza persona. C’è un motivo per cui hai scelto di dire “lei” e non “io” mentre parlavi di te stessa?

Clio: Quando ho cominciato a buttare fuori tutta questa roba era tutto in prima persona per la mia esigenza di vomitare tutto. E la prima stesura di questo libro era in prima persona. Tra l’altro non era nemmeno contemplato Lele come autore. Poi la casa editrice mi ha convinto di inserire la storia di Lele, e così facendo la narrazione non avrebbe più potuto essere in prima persona visto che il libro sarebbe stato firmato da entrambi. Devi sapere che Lele è sempre stato partecipe in tutto. Il libro anzi l’ho iniziato a scrivere grazie a lui, è lui che mi ha spronato. Quindi ho riscritto tutto in terza persona, che poi in realtà è come io vedo la vita perché in un certo senso sono completamente distaccata da me stessa. Guardo gli eventi che accadono. Sto lì che guardo e assisto e, non so, gestisco le cose con un po’ di distacco e forse proprio per questo le riesco a gestire senza perdermi e annegare. Diciamo che la penna principale è la mia però il libro è iniziato su spinta di Lele che mi spronava a tirar fuori tutti i pensieri che gli comunicavo. Lele è stato il mio specchio. Ogni volta che scrivevo qualcosa gliela leggevo, ne parlavamo. Tutto il capitolo salentino è di Lele, la poesia è di Lele e metà del libro parla di Lele. Però la scelta della terza persona è nata soprattutto per una questione editoriale che tuttavia – ti confesso – a me è venuta molto molto facile perché è un po’ come io affronto gli eventi della vita.

La terza persona funziona. Vorrei coinvolgere Lele ora. A un certo punto, verso la fine, tu scrivi che Lele era un po’ contrario al fatto che tu usassi ogni tanto un linguaggio un po’ forte in alcuni particolari. Cosa che a me in realtà è piaciuta. Tu spesso parli, scusa se mi permetto, di escrementi, di cessi, di quello che facciamo in bagno, dimensioni intime che in realtà sono il mio argomento preferito di conversazione. Una volta non era ammesso parlare più di tanto di sesso mentre adesso tutti parlano di sesso. Però nessuno parla mai di quando sei seduto sulla tazza del cesso. E tu lo dici in maniera molto spontanea e diretta. Io l’ho apprezzato. In quanto coautori avete avuto delle divergenze sull’opportunità di parlare di argomenti così intimi?

Lele: Apro solo una parentesi. Io credo che usare delle parole forti, dei concetti forti, non sia facile. E non è semplice mettersi a nudo scrivendo un libro o una canzone, parlo per quello che mi riguarda soprattutto. Quando Clio ha iniziato a scrivere questo libro io l’ho spronata fin dall’inizio. Ho detto “butta fuori tutto”. Lei mi raccontava ogni minimo dettaglio della sua vita, e non è un caso che poi ci siamo sposati insomma. Le dicevo “sono così forti queste cose che mi stai raccontando che non possono soltanto rimanere dentro di me, dillo agli altri così mi alleggerisci un po’, poi vediamo cosa succede”. Quindi quando lei ha cominciato a scrivere e di conseguenza mi leggeva quello che scriveva, beh erano così forti che io a volte facevo fatica ad accettare quello che scriveva però…

T’interrompo, scusa Lele. La volevi censurare?

Lele: No, non la volevo censurare. Volevo semplicemente dirle, farle prendere coscienza di quello che poi magari sarebbe potuto succedere, quale sarebbe stata la conseguenza di quello che lei stava facendo. Aveva tutto il mio appoggio.

Clio: Non è che mi voleva censurare. Però magari su alcuni temi Lele sì era un po’ più, se si può usare il termine, imbarazzato, un po’ più restio. Mentre a me non me ne frega niente.

Lele: Sì, nel senso che io le ho sempre detto “va bene, scrivi un libro, scrivi la tua storia, ma non è detto che la tua storia debba necessariamente raccontare ogni minimo dettaglio. Potresti anche tenerti delle cose per te, diciamo”.

Però funziona.

Lele: Lo so, ma infatti ha fatto benissimo anche perché il libro esiste anche grazie a questi confronti che avevamo. Quindi quanto più io le mettevo, tra virgolette, i paletti più lei sentiva esigenza di spogliarsi di tutto. Quindi devo dire che il mio lavoro è stato fatto bene. Ti parlo col senno di poi.

Clio: Pensa che un’altra parte che trattava di bagni, di cessi e di escrementi che mi riguardava personalmente l’ho tolta poi nella stesura finale. Insomma, l’ho tolta perché era veramente esagerata.

Vi confesso che ho una ragade anale. Adesso non entro nei particolari, dico solo che ho imparato a non mangiare piccante. È un argomento a cui penso quotidianamente e di cui mi vergogno, a dir la verità. Che qualcuno li affronti per iscritto questi lati meno piacevoli m’ha dato un vero sollievo.

Clio: Certo.

Lele: Non ti senti solo.

Non mi sento solo. Fortunatamente io non ho avuto i problemi di salute che avete avuto voi che sono molto più seri. Ma ho finalmente sentito qualcuno che parlava di queste cose in maniera aperta.

Lele: Infatti il senso, il concetto del libro è proprio quello che stai descrivendo in questo momento. Io e Clio ci siamo guardati negli occhi consapevoli che le coincidenze tra me e lei man mano aumentavano sempre di più. Dal fatto che siamo nati lo stesso giorno a quello che lei ha vissuto e io ho vissuto, e ci siamo detti che questa storia la dobbiamo raccontare perché farà del bene a noi ma farà magari del bene anche a qualcuno che legge la storia e si darà forza. Vivere quello che abbiamo vissuto io e Clio va raccontato: affrontare determinate cose, rinascere e riprendere in mano la propria vita con una tenacia e una consapevolezza incredibile perché fai prima a chiuderti in una stanza, gettare la spugna e dire “adesso basta”, “sono uno sfigato”.

Clio: Parlando di bagni non ti dico cosa ho passato quando ero incinta. Non te lo dico, potrei fare due libri su questo argomento, due libri.

Lele: Siamo umani, siamo tutti fatti allo stesso modo. Non ci sono supereroi, inutile far finta che vada sempre tutto bene. Se hai qualcosa da dire che ti ha fatto soffrire, e hai avuto la capacità e la fortuna come abbiamo avuto la fortuna io e Clio, la benedizione di Dio di rinascere, di prendere in mano la nostra vita, anzi – ancor di più – di generare vita, beh questa è una forza, non è una sconfitta. È una forza che ti rimane dentro e vorresti amplificarla al massimo delle sue potenzialità.

Vorrei ricollegarmi a quanto dici. La prossima è una domanda che avevo preparato per Clio ma potete rispondere entrambi. Lele, hai appena detto “una benedizione di Dio”. Ho notato leggendo il libro che c’è un percorso di fede. Dio, e soprattutto Gesù, sono nominati spesso. C’è un incontro un po’ strano con un ragazzo in Grecia infervorato da Dio. Un tema che ricorre spesso. La fede è importante per voi, si nota.

Clio: Sì sì, la fede è fondamentale, parte integrante della mia vita. Da piccola un po’ mio padre mi aveva introdotto alla spiritualità, a Gesù e alla preghiera. Nanda, come sai, ha sempre praticato i suoi riti. Quindi c’è stato questo seme instillato e poi, comunque, io avevo già cercato Gesù quand’ero adolescente. Andavo da mia sorella in America e lei mi portava sempre nelle chiese battiste. Pure là ho avuto diciamo un contatto, una sensazione, un’illuminazione. Quindi Gesù era presente. Poi sono cresciuta un po’, mi sono un po’ persa quand’ero ventenne per via delle cose che fanno i giovani. Quando invece sono stata male ho avuto questa sorta di visione che io ho vissuto completamente, concretamente come se io proprio fossi lì sul monte, c’era Gesù davanti a me sulla croce, per me è stata un’esperienza allucinante, incredibile. In ospedale vedevo i miei, tutti che piangevano per me, i medici, non riuscivo a parlare, non riuscivo a dirle queste cose perché ero tutta bendata, rimbambita, ma io stavo lì che invece esondavo di lacrime per quello che avevo provato guardando Gesù così da vicino. Poi niente, la vita un po’ ti fa dimenticare tutto ciò e succede che vai a pregare solo nel momento del bisogno quando sei disperata e non sai più che fare. Però diciamo che per un motivo o per un altro cerco comunque di ricordarmi di Lui tutti i giorni. È totalmente presente nella mia vita.

Lele: Io credo come Clio. Mi avevano dato per spacciato, per me sarebbe bastata un’ora di ritardo e non starei più qui. La sentenza di un luminare nei miei confronti era già stata emessa, ma la mattina dopo ho riaperto gli occhi e mi sono ritrovato in questa camera dopo aver vissuto un’esperienza che io ricordo come un momento vissuto e reale. Non era un sogno, era reale. Ho incontrato Gianfranco, il papà di Giuliano (Sangiorgi, cantante e fondatore dei Negramaro), e mia nonna Nella. Erano entrambi venuti a mancare più o meno nello stesso periodo, nel 2014. Nel libro lo racconto questo aneddoto. Ci incontriamo, eravamo nel piccolo giardino di una casa, c’era un albero d’ulivo e un cancelletto in ferro. Io stavo camminando, me li vedo tutti e due venire incontro. Erano uno di fianco all’altra. Il papà di Giuliano mi dice “Lele, che ci fai qua?”, con aria sorpresa, non era spaventato, era sorpreso dal fatto di vedermi. Mi fa “Lele, che ci fai qua?”. “Gianfranco, qua dove? Dove siamo?”, gli chiedo. Lui mi tira un calcio nel sedere e mi dice “te ne devi andare, qui non c’è posto per te, te ne devi andare da qui!”.

Non era giunto il tuo momento, diciamo.

Lele: Lui mi ha detto questa cosa. Poi con il senno di poi dico che evidentemente non era giunto il mio momento. La nonna mi prende per il braccio e mi strattona fuori, mi spinge fuori da questo cancelletto. Io metto fuori il piede dal cancello e apro gli occhi e mi ritrovo in sala di rianimazione al Vito Fazzi di Lecce. Lei mi ha letteralmente spinto fuori da lì. Dopo aver vissuto quest’esperienza, dopo aver preso coscienza di quello che ho vissuto, riaprendo gli occhi cercavo la nonna, mi guardavo intorno. Devi sapere che mia nonna faceva sempre dei viaggi, andava a trovare zia Vittoria sua sorella che stava a Torino. Allora ho pensato “non è qui, starà dalla zia Vittoria”, perché sentivo e avevo questa sensazione del viaggio, come se lei avesse fatto un viaggio. Invece poi, man mano che prendevo coscienza, ho detto “mi sa che il viaggio l’ho fatto io, sono andato io a trovare la nonna da qualche parte.” Da quel momento in poi, io la mattina ho iniziato a pregare perché veniva il parroco in ospedale, ogni mattina dicevamo il Padre Nostro, quindi ho iniziato ogni mattina a prendere quest’abitudine di dire il Padre Nostro e fare una mia preghiera e mi accorgevo che durante la settimana grazie a quello che chiedevo e alle preghiere che facevo in qualche modo succedeva qualcosa, una ripresa veloce in me avveniva, avveniva quello che io chiedevo. Chiedevo “fammi muovere una mano” perché io ho avuto per mesi l’ipertono alla mano sinistra che suona la chitarra. Per me la mano sinistra è vita, è tutto per me. Avevo la mano bloccata. Piano piano con la terapia ho iniziato a muoverla fino al punto che oggi siamo in tour, io sono in tour, sto sostenendo un tour che è un miracolo vero e proprio. Abbiamo raggiunto la diciottesima data, ne mancano altre 23 o 24, perché poi il 15 novembre finiremo il tour in Italia e partiremo per 10 date in Europa. Capisci bene perché mi sono legato così tanto alla fede, alla preghiera. Diciamo a Gesù, diciamo a Dio ma parliamo di un’energia che vive sopra di noi, dentro di noi o intorno a noi che se ci credi è così forte che fa succedere qualcosa dentro di te. Fa avvenire quello in cui credi in quel momento. Cioè tu chiedi un qualcosa di così forte, di così intenso che se ci credi nel momento in cui lo stai chiedendo, e lo stai chiedendo con una preghiera o con un pianto, se ci credi così forte secondo me avviene, succede. Chiamiamola fede, chiamiamola speranza, chiamiamola come vuoi ma se ci credi veramente, se ti parte proprio dallo stomaco e attraversa il cuore e la testa, poi avviene, succede qualcosa. Secondo me l’essere umano ha un potenziale così forte che non tutti ne siamo consapevoli fin quando non ti succede qualcosa e lo metti in pratica. Cioè metti in pratica tutti i tuoi sensi, li metti in atto, proprio li attivi al cento per cento per far sì che funzionino per quello di cui tu hai bisogno.

Forse al di là di tutte le cose tragiche che avvengono c’è questo elemento positivo che per voi nasce dalla fede, non ho altre parole.

Lele: Dalla fede e dall’amore.

Giustamente. Una domanda per Clio. Per te cos’è la Grecia, che significa? Perché è importante nel libro. La citi spesso.

Clio: La Grecia significa l’infanzia per me, un momento a parte, qualcosa di sospeso perché ci andavo sempre fin da quando ero piccola. Mia madre è greca, nata in Egitto. Una parte di me è greca. Quando sto in Grecia mi sento a casa.

E quando avete cominciato il vostro rapporto tu hai voluto portare Lele in Grecia.

Clio: Io dovevo andare in Grecia perché i miei stavano a Leros, io li avrei raggiunti. Fatalità voleva che anche Lele quell’estate dovesse andare in Grecia.

Lele: Io stavo organizzando una vacanza in Grecia in quel periodo. Stavo partendo da solo, conosco Clio e lei mi dice “io vado in Grecia”. Allora vabbè incontriamoci lì, a proposito appunto delle solite coincidenze.

Clio: La Grecia rappresenta il bello. Ci siamo sposati in Grecia.

Non ho trascorso molto tempo in Puglia ma mi pare che si avverta lì l’influenza greca.

Clio: Si assomigliano, sì.

Lele: C’è la Grecia salentina nel Salento. Il dialetto salentino è una lingua, è un mix tra latino e greco. In alcuni posti dell’entroterra salentino parlano ancora il griko, che noi salentini non riusciamo a comprendere perché lo parlano gli anziani. È una lingua arcaica, così arcaica che risulta incomprensibile.

Lele, nel libro è molto romantica la descrizione che, da lettore, interpreto come la versione di Clio del vostro incontro. Lei lavorava in un ristorante, tu eri lì, vi parlate, tu ritorni. Ma qual è la tua versione?

Lele: Come appunto c’è scritto nel libro noi Negramaro eravamo ospiti dell’hotel dove Clio lavorava. Stavamo lì a cena. Io e Giuliano usciamo fuori dopo cena a fumare una sigaretta, quando fumavo ancora, e Clio viene a chiederci una foto dicendoci “ragazzi, c’è il cuoco che vorrebbe fare una foto con voi, gliela concedete?”. Noi le diciamo di chiamarlo e ci facciamo una foto. Viene il ragazzo, si fa la foto con noi e poi se ne stavano andando. E io ho chiesto a Clio “e tu una foto non te la vuoi fare?”.

Clio: Ha messo l’amo.

Lele: Ci mancherebbe pure. Da bravo pescatore l’amo lo potevo mettere solo io. E niente, quello è stato il primo approccio e abbiamo immortalato il momento perché pure Clio ha fatto una foto con me e Giuliano, e basta. Sei mesi dopo siamo ritornati. Avevamo fatto questo tour prima in Italia e poi in Europa. Suonammo all’Impact Festival a Varsavia. Tornando dalla Polonia ci fermiamo a Roma perché il giorno dopo avevamo delle interviste da fare e andammo di nuovo nello stesso hotel di sei mesi prima. Noi arrivammo il pomeriggio presto, dopo pranzo, entriamo in hotel.

Clio (rivolta verso Lele): Amore, c’era la cosa che tu eri da solo, ricordi?

Lele: Sì è vero, la band in quell’occasione non c’era all’hotel. Entrai nell’hotel, andai al bar a prendermi un caffè con l’intenzione di andarmi subito a riposare per poi uscire più tardi. Entro nel ristorante e rivedo Clio. E c’è stata la scintilla. In quel momento è esploso quell’amore che poi, appunto, è diventato famiglia. Le faccio “ciao, come stai? Mi fai un caffè?”. C’era solo lei là dentro. Lei mi guarda e mi dice “tu entri con questo ciuffo” (avevo i capelli lunghi in quel periodo) “e mi chiedi solo un caffè?”. Vabbè, le ho detto, “facciamo così, prendo un caffè e più tardi scendo e ci facciamo un aperitivo”. E così è andata.

Amore e serendipity.

Lele: Così è stato, sì.

Nel libro, Clio, ci sono due monologhi interiori che ti fai nella testa. Entriamo ora nel discorso di te come attrice. C’è un monologo in cui tu dici “io vorrei dire al pubblico veramente come mi sento”, ma poi non dici niente, in realtà fai il monologo che è scritto per la parte che devi recitare e non quello che vorresti fare tu. Poi c’è un punto più avanti in cui tu vorresti dire allo psicologo dell’Asl che è uno stronzo, però non glielo dici, lo saluti e finisce là. In entrambi i casi c’è un non detto che rimane lì, inespresso. Perché sei diventata attrice? Per esprimere il non detto in ciascuno di noi, ciò che vorremmo esternare e poi non riusciamo a dire?

Clio: Sì, penso di sì, nel senso che la vocazione m’è venuta appunto dopo che ero stata male e avevo capito che la vita era un soffio, oggi ci sei e domani non si sa. Riguardo a quel monologo che tu hai letto io effettivamente stavo recitando le parole che mi dava il regista ma tutte le mie emozioni le trasmettevo con i miei occhi, con le mie lacrime. Riuscivo a trasmettere tutto il mio dramma interiore parlando d’altro, e a teatro applaudivano. Ora con questo libro ho trovato una finestra per invece scriverle e dirle direttamente le mie emozioni. Perché poi nella vita dico sempre un po’ dopo o arrivo un po’ dopo, almeno nelle situazioni forti. Come in quella situazione delicata con questo psicologo di merda. Ero incinta, non mi ha dato nessuna speranza, mi ha lasciato senza parole il suo atteggiamento. Non sono riuscita a dirgli nulla.

Lele: Per questo motivo l’ho spronata appunto a scrivere un libro. Le ho detto “scrivi, scrivi, scrivi”. Proprio per questo motivo, perché lei teneva tutto dentro. Sentivo che aveva questa esigenza di buttare tutto fuori e l’unico modo per farlo era o parlare con qualcuno e lo faceva con me oppure scriverle queste cose, buttarle giù. Le ho dato la chiave e si è aperto questo fiume di parole che non finivano più tanto che appunto ne è nato un libro. E poi mi ha trascinato dentro perché faccio parte della sua storia.

Ma sai, il libro funziona secondo me non perché è un capolavoro ma perché quando leggo le autobiografie io mi diverto ma non ci credo, penso che noi tutti abbelliamo tutto quello ci succede, troviamo significati a ritroso che in realtà non esistono. Qua, nel vostro caso, ci sono episodi veri.

Lele: C’è tutta la verità.

Episodi veri che non insegnano nulla, e magari rimangono così come sono. Tipo questo psicologo stronzo, lo incontri e basta. Vorresti dirgli delle cose, non gliele dici. Non c’è un lieto fine posticcio.

Lele: Certo.

E là funziona, secondo me.

Clio: Mi dici queste cose e vorrei scrivere e mi viene in mente tanta altra roba.

Lele: La devi buttare fuori, amore.

Clio: Sì, mi sento cruda, vera da questo punto di vista, senza fronzoli. Onesta, non vera. Non è che lo dico per vanto, non ho filtri, Non voglio averli, sono inutili e una perdita di tempo.

Lele, metto tre cose insieme che ti riguardano. Tu dici nel libro che la musica ti salva. Poi a me è piaciuta molto la sfida della maratona. L’ultima cosa che volevo dire, anche se non c’entra niente col libro, è che se non sbaglio i Negramaro cominciano col cinema, con un film recitato da Fabio Volo. Non so se sono riuscito a costruire una domanda con questi tre spunti buttati lì, ma vorresti dire qualcosa in proposito?

Lele: Il film era “La Febbre”, esatto. Noi siamo nati appunto facendo la colonna sonora di un film regia di Alessandro D’Alatri, un film con Fabio Volo. In quel periodo, credo fosse il 2003, uscì “Come sempre”, il nostro singolo, che diventò una parte della colonna sonora perché il resto della colonna sonora fu registrato con basso acustico e chitarra acustica sul set mentre giravano il film. Invece “Come sempre”, il singolo, diventò la colonna sonora della pubblicità del cinquantesimo anniversario della Rai perché recitava “come sempre resteRAI”. Allora lo presero, misero il riff di chitarra, l’arpeggio di chitarra ad accompagnare il cinquantesimo anniversario della Rai con le parole “come sempre resterai”. E da lì si è aperto un mondo. È nato l’album “Mentre tutto scorre”, poi andammo a Sanremo e altro ancora. La musica per me è sempre stata motivo di terapia sin da quando ero bambino. Mi sono sempre, non nascosto dietro la musica, mi sono sempre confidato con la musica. Tutto quello che non riuscivo a dire a parole l’ho sempre detto tramite lo strumento. Ho preso lo strumento come un’estensione di me per poter dire delle cose che con le parole non riuscivo a esprimere. Per noi Negramaro l’associazione musica/cinema è molto presente e forte nelle nostre canzoni. Giuliano scrive i testi come se fossero la sceneggiatura di un microfilm che stiamo vivendo. In maniera automatica, noi che ne diamo il vestito a queste parole con la musica, cerchiamo di immaginare quello che lui ha vissuto o quello che lui scrive. Lui comunque scrive di cose vissute insieme o di cose che la gente vive ogni giorno. Una canzone come un libro funziona solo se riesci a far tua la sensazione che la gente prova sulla propria pelle e che tutti sperimentiamo in qualche modo. Può essere una canzone, il capitolo di un libro, può essere un libro intero, una storia o può essere un film che tu vedi e ti ci ritrovi nella storia. E dici “ma io l’ho vissuta, io la sento, io la provo!”. In qualche modo è parte di noi questa espressione artistica, che sia la musica o che sia un film.

Son belle le pagine sulla maratona.

Lele: Ti ringrazio. La corsa per me e Clio oggi è fondamentale. Tutto quello che facciamo con la maratona è perché è stata un motivo di rinascita. Io non riuscivo più a camminare, non dico a correre.

All’inizio c’era il gruppo che ti aspettava quando arrancavi un po’ indietro.

Lele: È nato questo gruppo “LeleRun” con il primo evento che con Clio abbiamo sostenuto il 21 di luglio del 2019 a Galatina. E lì avevano creato, ad ogni chilometro per tutti i dieci chilometri della corsa, uno striscione con la scritta “Forza Lele” dove ad ogni chilometro percorso tutti urlavano “fooorzaa leeeleee” a squarciagola per strada, ed era una carica che non ti dico.

Una goduria, immagino.

Lele: Una goduria pazzesca. Senti realmente la vita scorrere nelle vene, nel sangue, nei piedi, nel cuore, nella testa. Tanto che crea così tante endorfine la corsa che non vorresti smettere. Come dice una delle nostre canzoni, “vorresti non finisse mai”. C’hanno pure proposto di farla senza di me e solo con Clio la maratona, se per caso ho degli impegni. Ma ho detto “no no no, queste maratone le dobbiamo fare tutte, noi partiamo insieme e il traguardo lo dobbiamo tagliare insieme”, e così è stato. Perché quando tocchi con mano la possibilità di non poter più camminare, allora sì che ti viene la voglia di correre a gambe levate. Ed è quello che è successo a me. Io non riuscivo più a camminare, non riuscivo nemmeno a stare seduto su una sedia, mi chiudevo a libro, mi legavano su una sedia per poter stare seduto.

Sono molto dure quelle pagine in cui Clio racconta quanto fosse difficile con il bambino appena nato.

Lele: Sì, Ianko era appena nato. È stato un momento molto molto intenso, molto difficile.

Se ricordo bene lei ti spronava a superare te stesso, a non arrenderti.

Lele: Marco, diciamola tutta. Se non ci fosse stata Clio accanto a me io non sarei qui a parlare oggi. Al di là dello spronarmi o meno, Clio mi ha salvato la vita. A partire da questo tutto quello che ha fatto dopo è stato un valore aggiunto all’opera che aveva già compiuto, che era quella di salvarmi la vita. Grazie a Dio dico sempre, sono qua, sono integro, perché è un miracolo vero e proprio, non ho deficit di nessun tipo, posso fare tutto quello che facevo prima, anzi ho avuto e ho la possibilità di essere migliore di prima, posso correggere delle cose di cui prima magari non mi rendevo conto, oggi posso correggerle ed essere migliore di prima. Questa è la mia missione: essere migliore di quello che ero prima. E con l’aiuto di Clio naturalmente visto che qualcuno da lassù me l’ha mandata e mi ha detto: tu puoi stare solo con lei. Ed è vero, io posso e potevo stare solo con lei, con nessun altro, per quello che faccio, per quello che sono, per quello che penso, per i miei concetti di vita.

Clio: La cosa è reciproca!

Lele: Visto però che stiamo parlando di cinema, visto che Clio è un’attrice, io sono musicista, che abbiamo scritto un libro e che un critico come Gino Castaldo ci ha detto che sembra la sceneggiatura di un film, chissà che magari un giorno non diventi un film. Ripeto: la sceneggiatura è scritta, Clio è un’attrice, io sono musicista, la colonna sonora c’è già. Sai, sono un tipo ambizioso e quando mi passano delle idee per la testa mi piace esternarle.

Sono sicuro che sarebbe un film da gustare fino in fondo. Già me lo vedo. Non solo già lo vedo, a pelle sentendo parlare Clio, mi pare di avvertire che lei ne ha pronti almeno altri due di libri così.

Lele: Non vedo l’ora che lei si rimetta a scrivere!

Clio: Dovrò fermarmi un attimo e dedicarmici.

Perché come fanno con i film, vedi Rambo 2 e Rambo 3, già m’immagino Destini 2 e Destini 3. Intanto buttiamo l’esca e magari qualcuno vi ascolta. È stato emozionante condividere con voi la vostra storia, grazie.