L’angolo di Michele Anselmi
Avevo promesso di scrivere una recensione motivata su “Diabolik – Ginko all’attacco!” dopo la breve nota di venerdì scorso per Facebook intitolata “I film andrebbero anche scritti”. Eccola, sempre che tale sia: intendo motivata. Dunque: conosco e apprezzo i fratelli Marco e Antonio Manetti, ho antica stima nei confronti del coproduttore Carlo Macchitella, mi fa sorridere Pier Giorgio Bellocchio nei panni dell’imbranato agente Palmer, ritengo che Pivio e Aldo De Scalzi siano oggi in Italia tra i più eclettici compositori di musica per cinema. Ma ho ripensato a questo secondo capitolo della trilogia sullo spietato ladro in Jaguar nera, che esce oggi giovedì 17 novembre con 01-Rai Cinema, e mi sono di nuovo cascate le braccia.
A dirla tutta non è solo questione di scrittura (il copione è firmato dai Manetti insieme a Michelangelo La Neve), bensì di regia, impianto, creatività. Pure, forse, di serietà verso lo spettatore. Il punto di vista adottato è abbastanza chiaro: reinventare Diabolik, nato nel 1962 ad opera delle milanesi sorelle Giussani, per estrarne un film-fumetto che giocasse con l’estetica dei primi anni Sessanta, anche in chiave dolcemente calligrafica e citazionista, restituendo sul piano della recitazione, dei movimenti, dell’azione, perfino degli sguardi, gli stilemi ferrei degli albi originali.
So bene che i cinefili accaniti prediligono il “Diabolik” del 1967 firmato da Mario Bava, con John Philip Law, Marisa Mell e Michel Piccoli rispettivamente nei ruoli dell’eroe eponimo, di Eva Kant e dell’ispettore Ginko: così in bilico tra pop e kitsch, talmente assurdo da rasentare forse un pizzico di genialità (in ogni caso fu un disastro commerciale pagato da Dino De Laurentiis allora socio della Paramount).
Anche i Manetti possiedono una loro dimensione pop, sebbene più scherzosa, frizzantina e autoironica. Ma forse avrebbero dovuto fare del loro “Diabolik” un prototipo, limitandosi a misurarsi con quel personaggio a suo modo iconico, inciso nella memoria di molti sessantenni e non solo, senza trarne, come s’usa dire oggi, una sorta di “franchise”. Invece s’è deciso di girare secondo e terzo episodio in una botta sola, immagino per risparmiare sul piano produttivo, cambiando in corso d’opera l’attore protagonista, che non è più il nasuto Luca Marinelli ma l’italo-canadese Giacomo Keaton Gianniotti, tuttavia confermando il resto del cast.
La verità? Gianniotti non sfodera un briciolo di carisma fosco e criminale, sembra arrivato per caso su quel set, forse è più abituato al camice bianco di “Grey’s Anatomy” che alla nera tuta di Diabolik; e mi pare che, occhi cerulei a parte che sgusciano fuori dalla maschera/calotta, si muova nel contesto inventato di Clerville come un pesce fuor d’acqua. Del resto anche Miriam Leone e Valerio Mastandrea, sotto il pesante make-up, sembrano già stanchi, assenti, come se stessero pensando al prossimo film, possibilmente non tratto da un fumetto.
L’unica che pare divertirsi, in questa storia tratta dal sedicesimo albo originale, appunto “Ginko all’attacco!”, è Monica Bellucci: fa la burrosa duchessa slava Altea di Vallemberg, ricolma di gioielli da rubare, coi capelli corti, teneramente innamorata dell’imperturbabile ispettore con la pipa.
Diciamo che molto suona rallentato e loffio in questa nuova cine-avventura di Diabolik, e temo che non bastino qualche nota di progressive rock, lo schermo diviso per quattro (split screen) e il coltello sibilante nell’aria al rallentatore per imprimere il giusto ritmo da commedia noir a un’operazione commerciale che, nelle intenzioni, fa sul serio senza prendersi sul serio.
Giusto però ricordare che il primo di questi due film girati dai Manetti Bros. ha incassato, nel 2021, ben 2 milioni e 900 mila euro al botteghino. Se “Ginko all’attacco!” facesse il bis, o qualcosa del genere, vorrebbe dire che a Rai Cinema hanno visto giusto.
Michele Anselmi