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“Diamanti grezzi” su Netflix o l’arte di restare a galla

L’angolo di Michele Anselmi

Suggestionato un po’ dai commenti tra l’estasiato e l’estatico letti qui su Facebook, incluso uno inatteso del regista/sceneggiatore Francesco Bruni, ho visto di corsa “Diamanti grezzi”, il film dei fratelli Josh e Benny Safdie che circola da qualche giorno su Netflix. E debbo riconoscere che mi sono divertito assai. Non saprei dire se sia il capolavoro di cui si parla, insomma la svolta estetica di cui si sentiva il bisogno, a occhio no; ma di sicuro il film, interpretato dal mattatore Adam Sandler bravissimo nel rifare vistosamente il verso all’Al Pacino di “Carlitos’ Way e non solo, è di quelli che, se ti prende, ti fa arrivare allegramente fino in fondo ai 135 minuti.
Affannoso, adrenalinico, buffo e survoltato, oltre che ansiogeno, “Diamanti grezzi” (i cinefili lo chiamano rigorosamente “Uncut Gems”) gioca sull’impagabile capacità del protagonista di incassare i colpi del destino e degli eventi. Gioielliere ebreo di New York, Howard Ratner ingaggia una corsa contro il tempo e le avversità per uscire dai guai che lo stanno sommergendo, colonscopia inclusa. Annaspa fieramente, sempre rilanciando; e ogni volta c’è una complicazione che lo rispedisce al punto di partenza, mentre qualcoa ci dice che dai cazzotti prima o poi si passerà alle pistole.
Tutto per colpa di un raro opale nero allo stato grezzo comprato per 100 mila dollari, nel 2012, da due minatori etiopi sottopagati. Avendo stimato il suo valore attorno a un milione di dollari, Ratner ha intenzione di metterlo all’asta per saldare un debito da 100mila dollari che ha col cognato Arno. E intanto, in procinto di divorziare dalla moglie con cui ha tre figli, intrattiene una relazione con la callipigia Julia, sua dipendente, che sfrutta la tresca per non presentarsi quasi mai al lavoro, mentre lo spazientito Arno, benché di famiglia, gli ha messo alle calcagna Phil e Nico, due maneschi “esattori” legati alla malavita.
Ne succedono di tutti i colori nel film, che usa la virtuosistica fotografia di Darius Khondji e il frastornante montaggio dei suoni e delle voci per raccontare la miracolosa capacità dell’incasinato gioielliere di restare a galla contro i crescenti contrattempi. Qualcuno la definirebbe “resilienza”: io no.
Coproduce Martin Scorsese, e si capisce perché gli sia piaciuta questa storia, matta e disperatissima, sulla pericolosa arte della scommessa.

Michele Anselmi

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