Bianca (Barbara Ronchi) è una donna in piena crisi esistenziale dopo l’inaspettata fine del suo matrimonio e la perdita del lavoro. La sua psicoterapeuta è la dottoressa Braibanti (interpretata da una convincente Margherita Buy), la quale le consiglia di dedicare dieci minuti al giorno per fare qualcosa di nuovo e inusuale, per uscire dalla sua “teca di vetro”; conoscere gli altri e, di conseguenza, (ri)conoscere se stessa.
Disponibile da poco su Netflix, “Dieci minuti” (2024) diretto da Maria Sole Tognazzi a partire dal romanzo “Per 10 minuti” di Chiara Gamberale, mostra la sua delicatezza fin da subito: la sensibilità con cui affronta i temi della fragilità umana e della rinascita personale ti attraversa e ti contagia. Guardiamo le cose attraverso gli occhi di Bianca, empatizziamo con lei pur sapendo che ciò che le è successo è una sua responsabilità emotiva, e deve perciò trovare il coraggio di assumersene le colpe. Comprendiamo così quanto impatto abbiano le piccole azioni sulla nostra vita, quanto possiamo cambiare prospettiva semplicemente imparando ad osservare di più, ma soprattutto quanto le nostre emozioni non siano solo nostre, ma siano, in realtà, condivise. “Chi è che non è solo?”, le farà notare la sua sorellastra.
Barbara Ronchi offre una performance toccante, capace di esprimere le sfumature della fragilità e della resilienza del suo personaggio. Anche Fotinì Peluso, nel ruolo della sorellastra, e Margherita Buy riescono a dimostrarsi all’altezza di ruoli per nulla semplici.
Un elemento significativo del film è l’approccio non giudicante della regista verso i personaggi, maschili e femminili. Tognazzi non crea divisioni nette tra “buoni” e “cattivi”, ma esplora le complessità e le sfumature di ciascun personaggio, rendendo la storia più realistica. Questo si vede, ad esempio, non solo nella stessa protagonista, ma nella rappresentazione di Niccolò, l’ex marito, il quale non è dipinto come un antagonista, ma come una persona che, come Bianca (e un po’ come ognuno di noi), è alle prese con i suoi demoni interiori.
Dal punto di vista visivo, il film utilizza colori che riflettono lo stato d’animo di Bianca, con una prevalenza di tonalità blu che simboleggia tanto la sua tristezza quanto la sua ricerca di stabilità.
Tuttavia, resta impossibile ignorare il grande problema di questa pellicola: la scrittura nelle fasi finali risulta frettolosa, poco approfondita, non in grado di rendere giustizia ad una storia che avvicina tutti, anche se in modalità diverse, limitandone la profondità emotiva che avrebbe davvero potuto raggiungere.

Camilla Golia