L’angolo di Michele Anselmi

Mica facile scrivere di “Digger”, l’atteso film del messicano Alejandro González Iñárritu con un irriconoscibile Tom Cruise, che arriva giovedì 1° ottobre nelle sale con Warner Bros. La Mostra di Venezia molto l’avrebbe voluto, un mesetto fa, ma i produttori hanno scelto di eludere ogni festival, un po’ come successe l’anno scorso con “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson. Adesso la Warner invita caldamente i critici a evitare ogni anticipazione, non userò quella parolina in inglese che detesto; e in effetti la storia, pensata dieci anni fa dallo stesso Iñárritu insieme ad Alexander Dinelaris Jr., Nicolás Giacobone e Sabina Berman, è di quelle che si reggono su un artificio drammaturgico non di poco conto rivelato all’incirca dopo un’oretta di film, o poco prima.
Affidiamoci allora a ciò che spiega il lungo trailer, dove si vede un anziano e potente petroliere texano, tal Digger Rockwell (e “digger” indica colui che scava), che sembra curarsi solo dell’amatissima gattina Maggie, bianca e molto malata. Ventre gonfio, capelli radi, stivali da cowboy sempre ai piedi, anche col pigiama, e Stetson d’ordinanza, il riccone estrae solo in Alaska 90 mila barili al giorno di “oro nero”; i suoi interessi, estesi fino alla Groenlandia, fanno tutt’uno con quelli del presidente degli Stati Uniti, una specie di Trump assai smagrito e fiaccato; e chi se ne frega se la crosta ghiacciata inizia a sfaldarsi a causa del metano pronto a esplodere, con il rischio che un enorme iceberg, chiamato “Judy”, vada alla deriva verso l’Europa del nord provocando uno tsunami capace di uccidere milioni di persone. Ed è solo l’inizio.
«Da un grande potere derivano grandi capacità di negare le responsabilità» ironizza il trailer, rovesciando un assioma tipico dei cine-fumetti; e il film, in un crescendo di eventi e tragedie, questo racconta: un’America avida e sgangherata incapace di mettere una toppa ai disastri che sta provocando nel mondo.
Il 64enne Tom Cruise, pure coproduttore, non è nuovo a vistosi camuffamenti, già l’aveva fatto nel grottesco “Tropic Thunder”, ma certo qui sembra essersi cucito addosso, con il piacere tipico di chi vuole spiazzare il proprio pubblico e magari vincere un Oscar, il ruolo di quel survoltato magnate del petrolio. «Che cosa succede se smetto di trivellare?» ghigna a chi lo contesta in assemblea mettendolo quasi sotto processo; e aggiunge: «Il petrolio è ciò che abbiamo e che ci ha dato Dio».
Naturalmente non è tutto come sembra in “Digger”, qualcuno potrebbe intuirlo dall’incipit, con una specie di sipario che si alza su un quadro gigantesco che allieta la magione; ma è chiaro che il regista messicano di “Birdman” e “Revenant” stavolta ha ricevuto mano libera dalla Warner, la quale ha investito ben 125 milioni di dollari su questo film d’autore destinato comunque a non fare sfracelli al botteghino. Per il tono acido e satirico della messa in scena, per la sgradevolezza di alcuni passaggi, per la metafora politica, fortemente anti-trumpiana, che lo ispessisce. «Obbedire è libertà» dice una scritta che vediamo su un muro, e chissà se va percepito come un ossimoro ideologico o come un’acquisizione definitiva, tipica di questi tempi marci e irresponsabili.
Francamente non saprei dire se “Digger” mi sia piaciuto o no: la palingenesi prossima ventura si mischia a una rappresentazione forsennata della Casa Bianca e dintorni, esercito incluso, un po’ in stile “Il dottor Stranamore”, con qualche “fellinismo” aggiunto, in una chiave di ottusità quasi mistica, mentre tutto sembra decomporsi e lo stesso Digger deve fare i conti con i disastri che il suo sfrenato senso del capitalismo ha messo in moto.
Che sia allegoria o metafora, “Digger” lancia un allarme non solo di tipo ecologico, in fondo ci chiede, parlando di avidità e divinità, se noi occidentali in decadenza saremmo in grado di rinunciare a luce, cibo e comodità nel caso mancasse il petrolio.
Consiglio di vedere il film in lingua originale con i sottotitoli, anche se Cruise è ben doppiato dal consueto Roberto Chevalier che arroca la voce, sottoponendosi il divo hollywoodiano a un micidiale tour de force, anche sul piano delle “tirate” da mandare giù a memoria. Ricco il cast messo in campo: dallo smagrito John Goodman a Sandra Hüller, da Jesse Plemons a Michael Stuhlbarg, da Sophie Wilde a Riz Ahmed. Il tutto impacchettato nella slavata, molto elaborata, fotografia di Emmanuel Lubezki: a 35 mm con formato Vista Vision. Orecchio ai rumori di fondo: sono un “personaggio” della storia.

Michele Anselmi