L’angolo di Michele Anselmi

Qualche parola, spero non canonica o prevedibile, su Lina Wertmüller. Non posso dire di averla conosciuta bene, personalmente, a differenza di quanto m’era accaduto con altri registi della commedia italiana, specialmente Scola, Risi e in parte Monicelli, e poi con i cosiddetti “malincomici”, cioè Verdone, Troisi, Nuti e Benigni. Sarà anche per questo che mi divertivo a sfotticchiare un po’ l’amico e “maestro” Tullio Kezich ogni volta che usciva un film della regista scomparsa. Per lui erano tutti capolavori o quasi, sicché avevo la sensazione che l’amicizia gli facesse un po’ velo nello scrivere quelle sue recensioni.
Non sapevo, l’ho scoperto oggi leggendo un bel ricordo dell’amico Oscar Iarussi, che il primo film di Wertmüller, “I basilischi”, 1963, era stato coprodotto proprio dalla “22 dicembre”, la società fondata da Kezich insieme a Ermanno Olmi. Così ho capito tutto. Ho capito anche il senso di affettuosa tenerezza, peraltro ricambiata, con la quale Tullio considerava ogni nuova creatura artistica della regista. Il cui nome intero, anche questo ho scoperto oggi, risultava essere Arcangela Felice Assunta Wertmüller Von Elggspand Von Braucich.
Tra il 1963 e il 2004, la cineasta ha firmato 23 lungometraggi per il cinema, tralascio le cose televisive tra le quali l’epocale “Il giornalino di Gian Burrasca” con Rita Pavone infisso nella memoria di ogni bambino nato negli anni Cinquanta. Tanti film, e bisogna essere onesti nel riconoscere che alcuni di essi non sono proprio una riuscita. Poi, certo, basterebbero “I basilischi”, appunto, e poi “Mimì metallurgico ferito nell’onore”, “Tutto a posto e niente in ordine”, “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”, “Pasqualino Settebellezze” o “Io speriamo che me la cavo” per irrobustire il medagliere e dire dell’influenza esercitata da Wertmüller, quando c’era solo Liliana Cavani a farle concorrenza dietro la cinepresa, sul cinema italiano popolare di largo consumo.
Tuttavia lei sembrava non far parte, nonostante successi commerciali e riconoscimenti internazionali, di quel ristretto novero di cineasti “di sinistra” i cui film molti di noi attendevano con complice attesa.
Magari era per via del suo carattere, così spigoloso e brusco, anche se l’arguzia, l’ironia e la spiritosaggine certo non le difettavano; o magari, specie negli anni di Craxi al potere, contribuì quel suo dirsi “socialista e anarchica”, ma nei fatti più socialista che anarchica. Oggi tutto questo non ha più senso, il Psi ha smesso da tempo di esistere, e con esso pure “l’Unità”, dove ho lavorato per venticinque anni, spesso raccontando o recensendo i film della regista che oggi piangiamo.
Dico questo perché, se capita, proverò a rivedere con animo più disponibile e ben disposto i film di Wertmüller che all’epoca mi parvero poco interessanti, benché Kezich, e forse aveva ragione, avesse sempre un occhio di riguardo per essi.
Però una confessione, a parziale risarcimento, posso farla: quando nel 1984 uscì un film considerato minore, “Sotto… sotto… strapazzato da anomala passione”, molti critici ebbero da ridire sulla presenza di Veronica Lario nei panni della protagonista Ester, divisa tra la fedeltà al marito falegname Oscar e l’insinuante sentimento nei confronti dell’amica Adele. A me invece la già nota fidanzata di Berlusconi, nonché madre della primogenita Barbara, parve azzeccata per quel ruolo. Morale? Lina, mi azzardo a chiamarla per nome, fece bene a ingaggiarla, infischiandosene di tutto, cioè chiacchiere e retroscena, come sempre alla sua indocile maniera.

Michele Anselmi