HIGHLIGHTS News

“DOGMAN” SI MANGIA IL DAVID DI DONATELLO CON NOVE STATUETTE. CONTI DIRIGE IL TRAFFICO SU RAIUNO, TRA CANTATINE E FRECCIATINE

L’angolo di Michele Anselmi

Era già tutto scritto? Può darsi, ma Dogman è un gran bel pezzo di cinema, quindi ci sta tutto che abbia trionfato alla 64ª edizione dei David di Donatello. Addirittura con nove statuette, nelle categorie più importanti, a partire da quella per il miglior film e la migliore regia, dove Matteo Garrone, un po’ precipitosamente snobbato dagli Oscar e già alle prese col suo nuovo Pinocchio, s’è preso una meritata rivincita in chiave nazionale.
Evidentemente Dogman è parso a tutti il film perfetto per questa edizione 2019: ha incassato nelle sale circa 2 milioni e 600 mila euro, il che non guasta; s’è aggiudicato premi un po’ dappertutto a partire da Cannes; intreccia sguardo d’autore e respiro popolare, reinventando liberamente un feroce fatto di cronaca dal quale si distacca strada facendo per approdare a un discorso universale.
Anche sul resto del palmarès, senza fare troppo le pulci alle singole scelte, si può concordare. Per dirne alcuni: Alessio Cremonini miglior regista esordiente per Sulla mia pelle sull’assurda morte di Stefano Cucchi; Elena Sofia Ricci e Alessandro Borghi migliori attori protagonisti rispettivamente per Loro di Paolo Sorrentino e Sulla mia pelle di Cremonini; Marina Confalone ed Edoardo Pesce migliori attori non protagonisti rispettivamente per Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis e Dogman di Garrone; Santiago, Italia di Nanni Moretti miglior documentario, Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino migliore sceneggiatura non originale, cioè tratta da un romanzo, e migliore canzone.
Poco da fare, invece, per le due registe candidate: sia Valeria Golino con Euforia sia Alice Rohrwacher con Lazzaro felice sono tornate a casa a mani vuote.
Sia pure ridotta, ringiovanita e ristrutturata con l’ingresso di una pletora di uffici stampa, la giuria dei “nuovi” David di Donatello ha operato in sostanziale continuità rispetto al passato; e d’altro canto, al netto di una certa retorica femminista sventolata dal presidente e direttore artistico Piera Detassis, non poteva essere altrimenti: i film degni di nota quelli erano e in quel cesto alla fine s’è pescato, magari con una poco equilibrata ripartizione degli allori. Certo s’è notata l’assenza in sala di Sorrentino, al quale non deve essere andata proprio giù l’esclusione del dittico Loro dalle due categorie più rilevanti: miglior film e migliore regia.
Ci sarebbe da dire invece della cerimonia televisiva, che Raiuno, per il secondo anno di seguito dopo la parentesi yé-yé di Sky, ha voluto in prima serata, nell’ambizione di restituire lo storico premio cinematografico, a lungo pilotato dallo scomparso Gian Luigi Rondi, a una dimensione più pop ed ecumenica, da show generalista, anche grazie alla presenza del conduttore Carlo Conti.
Purtroppo la grande festa invocata dal presidente della Repubblica, che in mattinata aveva accolto i finalisti al Quirinale ricordando che «il cinema esprime cultura, industria, ricerca, è sogno, magia, parte vitale del nostro Paese», ha parecchio lasciato a desiderare.
Loffia la premiazione nel suo insieme, nonostante la squillante prova canora di Bocelli con figlio e le simpatiche parole del regista messicano Alfonso Cuarón premiato per Roma; per nulla frizzanti gli interventi di Tim Burton e Uma Thurman, ovvero i due big americani premiati al volo per rinforzare lo show; un po’ patetico Conti che ordina agli astanti di alzarsi in piedi per la standing ovation a un barbuto Roberto Benigni; imbarazzante la corale “cantata” battistiana degli attori di A casa tutti bene in apertura di serata (difficile dare torto al regista Francesco Bruni quando ironizza su Facebook: «Ma provatele, le canzoni, boia d’un Giuda! Non siete a casa vostra»).
Non che sia una novità. Assodata la cine-enfasi tipica di queste serate, tra ringraziamenti al Mibac e inviti pressanti ad andare al cinema d’estate, c’è sempre qualche sassolino nella scarpa da tirar fuori in diretta: come ha fatto il quietamente polemico Dario Argento, destinatario di un premio speciale, ricordando di non aver mai ricevuto prima un David.

Michele Anselmi

Condividi quest'articolo