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“Dolor y Gloria”, i segreti dell’organismo secondo Almodóvar

L’angolo di Michele Anselmi 

Sapete perché è così bello, quando è bello, il cinema di Pedro Almodóvar? Perché sa intrecciare il massimo dell’artificio con il massimo della verità. Il regista spagnolo pratica una curiosa forma di “autofinzione”: pesca spudoratamente nel proprio vissuto, e tuttavia quel che ne esce ha in buona misura una calibratura universale, capace di socializzare le sofferenze senza perdere di vista il senso dello spettacolo.
Prendete il nuovo “Dolor y Gloria”, nelle sale da venerdì 17 maggio con Warner Bros contemporaneamente al passaggio sullo schermo di Cannes: io lo trovo un capolavoro, per come il 69enne Almodóvar fa riecheggiare motivi tipici del proprio cinema aggiungendovi qualcosa di nuovo, forse di senile, sicuramente un sentimento, insieme, di caducità e speranza: caducità fisica e speranza creativa.
La storia? Un regista sessantenne, tal Salvador Mallo, vive rinchiuso nella casa lussuosa costruitasi a propria immagine e somiglianza. Misantropo e depresso, il cineasta ha troppi guai di salute (ossei, muscolari, di deglutizione, forse anche neurologici) per tornare sul set, sembra aver perso ogni voglia di fare cinema. Finché la Cineteca non decide di ristampare e ripresentare al pubblico un suo film di 32 anni prima, “Sabor”, che fu un successo, anche se cagionò una micidiale rottura tra Mallo e il suo vanitoso/survoltato attore protagonista, tal Alberto Crespo. Da allora i due non si sono più visti, ma ora c’è da tenere qualche dibattito insieme, sicché il regista, vincendo dolori acuti e mesta svogliatezza, va a trovare Crespo, ormai disoccupato e perso nell’uso dell’eroina.
Parte da qui “Dolor y Gloria”, e sarebbe un peccato raccontare come quella specie di scocciatura si trasformerà per Mallo in una personalissima resa dei conti: con i malanni che lo sfibrano, con Crespo, con Federico che amò in gioventù prima che se ne partisse per Buenos Aires, soprattutto con sé stesso bambino, quando andò a vivere con i genitori poverissimi in una specie di grotta nelle campagne di Paterna prima di frequentare il seminario per studiare.
Passato remoto, passato recente e presente irrequieto si mischiano nel film, della durata aurea di 112 minuti, celando un escamotage narrativo che sarà svelato solo nell’ultima sequenza. Tra racconto della dipendenza (dall’eroina e dall’amore) e attesa di un primo desiderio (tale da scuotere il protagonista), “Dolor y Gloria” arpeggia su un’ampia tastiera emotiva, dentro un’atmosfera malinconica e meditabonda, ma non deprimente, lasciando che citazioni letterarie, riferimenti pittorici, passioni cinefile si mettano armonicamente al servizio della storia.
Avrete capito che Salvador, sia pure da tempo single, è omosessuale; e una scena cruciale rivela come il piccolo Salvador nella grotta, solo con un aitante muratore al quale insegnava a leggere e scrivere, svenne di fronte all’apollinea nudità dell’ospite.
Conclusione di un’ideale trilogia cominciata con “La legge del desiderio” e proseguita con “La mala educacíon”, così scrive il diretto interessato nelle note di regia”, “Dolor y Gloria” è un melodramma “dry”, secco, meno fiammeggiante di un tempo, benché tutte le gradazioni del rosso siano sperimentate dal prodigioso direttore della fotografia José Luis Alcaine, ma proprio per questo capace di toccare corde profonde. Specie nei due dialoghi, perfetti per intensità asciutta, che scandiscono la vicenda: quello con l’ex amante di passaggio a Madrid e quello con l’anziana madre che gli spiega come vuole essere sepolta.
Da “Splendore nell’erba” di Kazan a “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa, passando per la vecchia canzone di Mina “Come sinfonia”, il film è pieno di strizzatine d’occhio, anche ben disseminate, ma poco conta elencarle qui; perché poi s’impone giustamente la riflessione sul tempo che passa, anche sulle leggi dell’organismo umano, oltre che sul destino che sistema le cose, magari cinquant’anni dopo.
Antonio Banderas, conciato un po’ da Almodóvar (capelli, barbetta, abiti, colori), dà di Salvador un’interpretazione maiuscola: per sfumature, sguardi, gestualità, incespichi, per quella dolente soavità che custodisce rimpianti e confessioni mai fatte. Ma tutto il cast è scelto con estrema cura e risponde al disegno del regista: da Asier Etxeandia a Leonardo Sbaraglia, da Julieta Serrano a Nora Navas, dal piccolo Asier Flores alla “mamma” Penélope Cruz.
Insomma, un film che lavora sottopelle, che sedimenta pensieri non banali sull’esistenza, di cui si ammira lo stile maturo. Per la serie: quando l’autobiografia, quantunque camuffata, parla a tutti.

Michele Anselmi

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