La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 13
Sarà pure l’unico film in concorso diretto da una regista: ma che film e che regista! Non riesco proprio ad appassionarmi alla polemica sulla scarsa presenza di donne nella selezione ufficiale di questa Mostra. L’anno scorso ne figuravano sei in gara, quest’anno c’è solo la danese di origini egiziane May el-Thoukhy, con l’aggiunta in extremis di Rachel Szor che firma “Naza” insieme a Yuval Abraham. E allora? Ripeto: il direttore Alberto Barbera ha tutto il diritto, e certo non gli avrà fatto piacere averne solo uno, di prendere per il concorso i titoli che gli sembrano all’altezza, senza troppo guardare al sesso dell’autore.
“Woman Unknown” è il titolo internazionale di “Kvinde Ukendt”, che sarà distribuito in Italia, meritoriamente, da Lucky Red, spero anche in versione originale con sottotitoli. Perché la forza del film sta anche e soprattutto in quella lingua.
Siamo a Copenaghen, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. I partigiani stanno regolando alcuni conti con uomini e donne accusati di aver collaborato coi nazisti invasori. Si va per le spicce, anche in Italia successe qualcosa del genere: un colpo alla testa, un pestaggio, donne rasate e spogliate, la svastica disegnata sulla pelle con vernice rossa.
Marie sta per sposare Christian, il ricco vedovo e industriale (fa guanti), per cui lavora come domestica e bambinaia. Di notte lei dorme con lui e con lui si accoppia, molto soffrendo a causa di un’infiammazione insistente che viene da lontano, per sopportarlo deve ricorrere all’oppio; di giorno si rimette “la divisa” di tata e accudisce l’infelice figlia dell’imprenditore. Per Marie il matrimonio significa diventare la signora della casa. Ma cammina sulle uova: c’è un imbarazzante segreto che potrebbe mandare tutto in frantumi e quel passato torna, dopo un incontro occasionale con un vecchio spasimante, a presentarle il conto.
“Woman Unknown” non esisterebbe, credo, senza la prova di Mathilde Arcel, l’impavida attrice trentenne dal viso squadrato che dà corpo – è il caso di dirlo – a questa donna ulcerata e feroce, umiliata e grintosa, oppressa e scaltra, sempre a un passo dal venir stritolata dagli eventi. Non a caso scrive la regista: «Le donne hanno spesso pagato il prezzo della guerra sul proprio corpo: attraverso il controllo, la punizione e la violenza sessuale. Purtroppo, non si tratta di un fenomeno relegato al passato».
In effetti la guerra non ha un volto di donna, per dirla con la scrittrice bielorussa Svjatlana Aleksievič. Ma il film non solo di questo parla, attraverso una messa in scena rigorosa, all’insegna del silenzio e della tensione, tra atti poco commendevoli, ipocrisie borghesi e violenze descritte con insistita precisione (quelle contro le “collaborazioniste”).
Si esce da “Woman Unknown” con un senso di disagio, soprattutto di fronte all’ottusità gelida degli uomini coinvolti, i ricchi e i proletari; mentre cresce il mistero attorno a questa donna appunto sconosciuta, lesta nello spogliarsi e mostrarsi nuda per aggirare i ricatti, come murata viva in un appartamento lussuoso dal quale uscire solo una volta al sicuro dalle vendette.
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Un altro splendido ritratto di donna viene da “Possible Love”, vi risparmio il titolo coreano per quanto è complicato da scrivere, diretto da Lee Chang-dong, passato sempre oggi in concorso. Non si spiegano, francamente, i 164 minuti: una bella sforbiciata avrebbe giovato, ma siamo comunque di fronte a un film sensibile, originale, rigoroso, a suo modo marxista (che fessi quei cinefili che fischiano nel buio appena vedono apparire il logo Netflix sullo schermo).
Già Leone d’argento qui al Lido, il regista coreano è uno serio, che affonda il bisturi in una drammatica situazione sociale poco conosciuta da noi. Licenziamenti operai di massa, polizia lesta a manganellare e arrestare chi occupa le fabbriche, una nuova miseria diffusa negli strati proletari. Viene da pensare un po’ a “La bella vita” di Paolo Virzì, anche se qui non siamo in zona commedia agra. Ci sono due coppie diverse in tutto, a partire dal censo. Da un lato una famiglia operaia, con la mamma che lavora in un’azienda familiare e il marito disoccupato, depresso dopo essere stato picchiato, incarcerato e licenziato; dall’altro la famiglia ricca e senza figli: lei fa la documentarista engagé con i soldi del marito facoltoso e bello che gira in Porsche. S’incontrano, perché la regista vuole raccontare in un film la condizione precaria di chi è rimasto senza lavoro dopo la chiusura di una fabbrica ad opera di una multinazionale, e via via tra i quattro nasce una strana frequentazione, tra cortesie e scherzi, abbracci e diffidenze. L’amore possibile suggerito dal titolo? Si capisce quasi subito, ma non vorrei rovinare la sorpresa al possibile spettatore.
Il tema della lotta di classe si mischia allo psicodramma sentimentale, dentro uno stile meditato, para-documentaristico, senza musica, ricolmo di annotazioni pertinenti sulla vita delle donne in Corea e la violenza repressiva di Stato. I quattro attori adulti più il bambino sono perfetti, sembrano quasi non recitare per quanto risultano naturali. Con una menzione speciale per Jeon Do-yean che fa la mamma operaia, così fiera, dolce e fattiva. Non mi sorprenderei se tra una settimana beccasse un premio per la migliore interpretazione femminile.
Michele Anselmi