L’angolo di Michele Anselmi

Con certi film capisci subito dove si andrà a parare: basta una sequenza iniziale e senti che, qualunque cosa succederà, anche la più drammatica, non si uscirà mai da quello stile, da quel modo di raccontare, da quel sentimento. Vale, a mio modesto parere, per “Close”, l’osannato film franco-belga del trentunenne regista Lucas Dhont premiato a Cannes 2022 con il Gran premio speciale della giuria e ora, dal 4 gennaio, nelle sale con Lucky Red. Siccome piace moltissimo, tutti si dicono commossi dopo averlo visto, non farò il bastian contrario, anche perché “Close” merita attenzione e rispetto, specie in un momento non proprio favorevole al cinema d’autore in sala. Dirò solo che, ogni tanto, ho guardato l’orologio, e dura 105 minuti in tutto.
Siamo in zona “età inquieta”, benché Bruno Dumont non c’entri. Léo e Rémi sono due tredicenni che vivono in campagna, nel Belgio tra francofono e fiammingo, a stretto contatto con la terra, i trattori, i tulipani, i fiori bianchi delle cipolle. Sono amici per la pelle, corrono a perdifiato a piedi e in bicicletta, spesso dormono insieme, l’uno vicino all’altro, esibendo una complicità affettuosa che a scuola viene mal interpretata dalle compagne di classe. La domanda insidiosa – “Ma voi due state insieme?” – arriva come una martellata alle orecchie di Léo, il quale un po’ s’irrigidisce verso l’amico; il più sensibile Rémi, pure flautista, lo prende come un torto, anzi un rifiuto, e mi fermo qui per non rivelare troppo.
Dopo “Girl” il regista di Gand torna ad affrontare il tema dell’identità sessuale e lo fa in una chiave di quieta tragedia, senza troppo spiegare, procedendo per indizi, sguardi, allusioni e comportamenti; ad esempio Léo, quasi a ribadire un’attitudine virile, prende a militare nella locale squadra di hockey su ghiaccio, mostrandosi tosto e combattivo. Il film, girato a luce naturale, con pochissima musica, quasi pedinando i personaggi, è di quelli rigorosamente d’autore che poco concedono allo spettacolo; si investiga su stereotipi e condizionamenti sociali, in attesa di una rivelazione che segnerà un momento di dolorosa crescita.
I due giovanissimi interpreti Eden Dambrine e Gustav de Waele, cioè Léo e Rémy, esprimono bene l’indecifrabile ambiguità di quell’amicizia pre-adolescenziale, mentre Léa Druker ed Émilie Duquenne incarnano le rispettive madri: irrequiete, alla ricerca di un indizio per capire. Non capisco io, invece, perché dare un titolo in inglese al tutto.

Michele Anselmi