La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor | 7

Dopo 155 minuti di film appare una scritta, prima dei titoli di coda: “Questo è solo l’inizio”. Non so quanti seguiti di “Dune” intenda fare la Warner Bros, ma il regista Denis Villeneuve ha già annunciato che il prossimo episodio della cinesaga tratta dal romanzone di Frank Herbert sarà incentrato sulla fascinosa guerriera del popolo Fremen incarnata da Zendaya. Com’era facile attendersi il nuovo “Dune” è diventato un film-evento della Mostra, con file chilometriche ai varchi, frenesia cinefila e perfino cellulari imbustati per ordine della major americana (la pirateria è il vero incubo).
Il regista franco-canadese sembra essersi specializzato in seguiti e remake rischiosi: ma se con “Blade Runner” di Ridley Scott la scommessa era delicata assai, visto il culto che circonda ancora quel film, con “Dune” il gioco è più facile, pochi ricordano bene l’ambizioso/fallimentare kolossal girato da David Lynch 37 anni fa. Mi pare di capire che Villeneuve, coi suoi sceneggiatori Eric Roth e Jon Spaihts, si tenga più fedele al libro pubblicato nel 1965 e venduto, leggo, in oltre 12 milioni di copie. Libro complesso, a suo modo preveggente, capace di usare la fantascienza per anticipare temi poi diventati di prepotente attualità: il controllo delle risorse naturali, l’avidità capitalistica, le forme del potere imperiale, il rispetto delle differenze, la forza della “sorellanza” femminile e chissà quante altre cose ancora.
Direi che Villeneuve non si faccia intimidire dal cimento, e anzi si muova con una certa abilità tra spettacolone hollywoodiano e ambizioni d’autore, disseminando qualche colta strizzatina d’occhio (una scena tra il Cristo del Mantegna e il cadavere di Che Guevara).
La storia ridotta all’osso. Anno 10.091: sul pianeta Arrakis, soprannominato Dune per via della struttura desertica, approdano da Caladan, senza immaginare che vi sia dietro un complotto orchestrato dall’imperatore Shaddam IV, il buon e onesto sovrano Leto Atreides con il figlio Paul e l’amata Lady Jessica. Dune è importante perché vi si estrae la spezia Melange, una specie di droga dai poteri magici e taumaturgici. La spezia ha fatto, da 80 anni, la ricchezza del feroce popolo degli Harkonnen, capitanato dal Barone. Riconquistato Dune e ucciso il saggio Leto, gli Harkonnen si credono al sicuro; ma non hanno fatto i conti con il figlio Paul che nel frattempo ha trovato rifugio nel deserto presso il fiero popolo dei Fremen, una specie di tuareg con sofisticate “tute distillanti” utili per sopravvivere al caldo infernale. È lui il Messia, il “Mahdi”, dell’antica profezia, “colui che attraverserà lo spazio e il tempo” e porterà una nuova giustizia da quelle parti. La maturazione sarà lenta, passa attraverso infinite prove fisiche e spirituali, la prima delle quali chiude sanguinosamente questo primo capitolo.
Si fatica un po’, non conoscendo il romanzo, a districarsi tra nomi complicati, riferimenti galattici, nobili casate, mostri, visioni, “sacerdotesse” con poteri speciali e fanta-nozioni; ma bisogna anche dire che “Dune” non è solo un prodigio di effetti speciali digitali e invenzioni visive, sicché le scene di battaglia rispondono a un disegno che Villeneuve ha preso molto sul serio (“Questo film parla di destino, fede, istinto, alienazione coloniale e libero arbitrio”).
Non farò paragoni col vecchio cast di Lynch. Ma mi pare che il giovane Timothée Chalamet sia convincente nel ruolo di Paul, il “predestinato” gracile fisicamente eppure dotato di un crescente carisma; e si prestano al gioco del travestimento epico gli altri interpreti, tra i quali Oscar Isaac, Rebecca Ferguson, Josh Brolin, Javier Bardem, l’irriconoscibile Stellan Skarsgård, Jason Momoa, Charlotte Rampling e appunto Zendaya. Il 16 settembre arriva nelle sale, e vedremo se “Dune” sarà capace di riportare davvero la gente al cinema.

Michele Anselmi