L’angolo di Michele Anselmi

A scanso di equivoci il celebre scrittore russo non c’entra, se non per il fatto che il serial killer al centro dell’indagine viene ribattezzato Dostoevskij dai poliziotti che gli danno la caccia. In modo particolare uno, tal Enzo Vitello, incarnato da Filippo Timi. Arriva giovedì 11 luglio nelle sale, per una settimana, la miniserie “Dostoevskij” dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, classe 1988, in realtà pensata e girata per Sky (la si vedrà a novembre sulla piattaforma). L’ambizione dei gemelli, a tre anni dall’irrisolto “America Latina”, è di farne un film lungo 275 minuti, sia pure diviso in due parti, entrambe presentate al cinema contemporaneamente al prezzo di 3.50 euro l’una.
Non a caso le sei puntate, di diversa “pezzatura”, sono state girate in pellicola (16 mm), a rendere più consistente l’impasto cinematografico sul piano visivo, si direbbe senza badare alla scansione, allo stile e al ritmo tipici delle miniserie che vanno per la maggiore. Insomma “Dostoevskij” si propone come una scommessa estetica, usando il poliziesco fosco, un po’ alla “True Detective”, diciamo, come spunto per parlare d’altro: della paternità sbagliata, del senso di colpa, dell’orfanezza fisica/esistenziale, del buio mentale frammisto alla feroce lucidità che presiede alla pulsione omicida.
Una sottospecie di “Dürrenmatt sull’Aurelia”, ma dubito che i D’Innocenzo abbiano pensato al grande scrittore svizzero di “La promessa”, sebbene anche lì si parlasse (esiste un film di Sean Penn con Jack Nicholson) di un poliziotto ossessionato da un caso mai risolto. Il Vitello di Timi è infatti un uomo allo sbando. Nella prima sequenza lo troviamo intento a rileggere una lettera prima di suicidarsi di fronte a un tavolo ricolmo di barbiturici. Ma il gesto non va in porto, lui si risveglia, vomita tutto e subito si ritrova coinvolto in un’indagine complicata. Un triplice omicidio ai danni di una famigliola, e l’assassino grafomane ha lasciato una letterina scritta a caratteri maiuscoli, quasi a “fotografare” gli ultimi momenti di vita delle povere vittime.
Sette mesi dopo gli omicidi sono diventati nove o forse più, nulla sembra legare un assassinio all’altro, se non il punto di vista del killer, la sua “missione” folle: “Vi ho guarito da questa assurda malattia di vivere”. Vitello, che già ha i suoi problemi con la figlia Ambra, dedita allo spaccio e piuttosto vendicativa, deve muoversi su un crinale rischioso: evitare che le lettere del criminale finiscano alla stampa e mettere ordine nella propria vita privata. Intanto la vicenda si sviluppa nell’andirivieni temporale, fino all’epilogo piuttosto cruento, forse pensato in vista di un possibile seguito.
Girato perlopiù nelle campagne romane solcate dal fiume Mignone, nel basso Viterbese a ridosso della Capitale, “Dostoevskij” non cerca la verosimiglianza, anzi immerge il tutto in un’ambientazione altamente simbolica, piovosa e plumblea, tra case fatiscenti ed ex orfanotrofi diroccati (con gli archivi dentro?), perfino il Distretto di polizia, dove lavora Vitello e il suo piccolo gruppo di investigatori, sembra a un passo dalla smobilitazione.
Il direttore della fotografia Matteo Cocco rende livido, a tratti a luce naturale, questo triste paesaggio con figure, dove il verde marcio della natura convive con il rosso del sangue impresso nei reperti fotografici, il cielo con il sottosuolo, il delitto con l’eventuale castigo.
Certo Sky s’è preso un notevole rischio, rispetto agli ascolti autunnali, nel produrre con Paco Cinematografica questa serie che non assomiglia a una serie: tempi dilatati, bellurie estetiche, campi fissi insistiti, un senso di desolazione costante, perfino una colonscopia riprodotta con cura; e poi musi di cani selvatici in riva al fiume, aranciata Fanta e panini stantii, tutti che parlano in modo strano, un po’ teatrale e stentoreo, gridando spesso “Cristo di Dio” (non si capisce perché) o frasi del tipo: “Devi smetterla di intasare il cesso di piscio e merda, impasticcato del cazzo!”.
Se Filippo Timi restituisce alla sua consueta maniera l’esistenza tumefatta e sgarrupata del detective alla deriva, come impegnato in una “corrispondenza” a distanza con il killer imprendibile, Carlotta Gamba, Gabriel Montesi e Federico Vanni fanno da sostanzioso contorno nei panni della figlia autolesionista, del collega spregiudicato e del capo/amico rassegnato.
Nel dire qualche parola prima della proiezione stampa di stamattina, i due fratelli hanno ringraziato i critici presenti, pur ricordando che talvolta i recensori operano in maniera “un po’ screanzata, poco critica”. Non so a chi pensassero, ma c’è del vero quando dicono, forse con apprezzabile dose autocritica, che nel realizzare questo lungo film “abbiamo cercato molto e ci siamo persi”.

Michele Anselmi