L’angolo di Michele Anselmi 

Il titolo va preso per antifrasi o forse no: dipende dai punti di vista. Giovedì 13 gennaio arriva nelle sale, con Academy Two, “È andato tutto bene” di François Ozon e c’è da augurarsi che il pubblico si faccia incuriosire, anche se non sono giorni buoni per il cinema in sala. Benché la pubblicità punti tutto sul bel sorriso di Sophie Marceau, il film è di quelli che richiedono impegno, pure un po’ di coraggio, a causa dell’argomento trattato. Quale? La morte, anzi una scelta personale che la determina. Ma, come succede con “Nowhere Special” di Uberto Pasolini, anche il francese Ozon sfodera un tocco speciale nell’impaginare questa storia vera, doppiamente tragica: perché alla base c’è un lucido/doloroso libro autobiografico di Emmanuèle Bernheim, appunto “È andato tutto bene” (Einaudi), e perché la scrittrice non ha fatto in tempo a vedere il film da lei fortemente voluto, a causa di un tumore che l’ha uccisa nel 2017, a 62 anni.
Tutto parte con una telefonata. Mentre è al computer, Emmanuèle viene a sapere che il padre 85enne, André, ha avuto un ictus, grave. L’uomo, ricco e brillante, vitalista e arguto, è stato un pessimo padre, ma Emmanuèle e sua sorella Pascale gli vogliono comunque bene. Solo che André, una volta scopertosi menomato nel parlare e nel muoversi, non ha più intenzione di vivere. “Voglio che mi aiuti a farla finita!” ordina alla figlia che tanto tormentò da piccola, perché bruttina e bulimica; e lei, Emmanuèle, lì per lì sembra non sa cosa rispondere di fronte a quella richiesta. Prendere tempo forse è l’unica cosa da fare, nella speranza che la riabilitazione riconsegni al bizzoso André, scopertosi omosessuale in tarda età e amato da un improbabile gigolò, il piacere di tirare avanti. Ma il vecchio sembra irremovibile, chiede ad ogni costo di contattare una “clinica” svizzera che favorisce l’eutanasia con “un decilitro di pozione amara”…
Avrete capito che il film è il racconto di un dilemma morale, tra decisioni prese e inciampi burocratici/legali, litigi e abbracci; e intanto si precisa, nel confronto serrato tra padre e figlia, il senso di una riflessione stoica, a tratti impertinente, sulla vita che non si vuole più vivere. A scanso di equivoci, “È andato tutto bene” non è un film militante sulla cosiddetta “dolce morte”, semmai pone allo spettatore più di un quesito etico in materia, senza sopraffarlo, rispettando gli eventi, specialmente lo sguardo di Emmanuèle.
Sophie Marceau e André Dussollier sono i due contendenti: lei di una bellezza distratta e smagrita, brava nel rendere i sentimenti di questa donna cinquantenne in bilico tra antichi torti e affetto filiale; lui sorprendente nel restituire il volto della disabilità, ma anche la ferocia sopraffina di quel padre gaudente, a lungo egoista. Nel cast anche Géraldine Pailhas, Charlotte Rampling e Hanna Schygulla, nei panni rispettivamente della sorella Pascale, della madre Claude ormai assente e della “signora svizzera”.
I riferimenti al cinema, a partire da “I figli della violenza” di Buñuel citato in una battuta, hanno un senso, non fosse altro perché la vera Emmanuèle ebbe per compagno il critico Serge Toubiana, ma Ozon non esagera sul versante delle strizzatine d’occhio; giustamente gli interessa evitare una certa tetraggine insita nella vicenda, addirittura piazzando qualche sprazzo umoristico e facendo buon uso di un celebre concerto di Brahms.
Dimenticavo: il film l’avrebbe dovuto girare Alain Cavalier, ma poi è andata altrimenti. Ozon non piace a molti, anche per il suo prolifico eclettismo, a me invece sembra un regista sensibile e personale, che sa trarre il meglio dalle attrici con le quali lavora (è già sul set con Isabelle Adjani per “Peter von Kant” ispirato a Fassbinder).

Michele Anselmi