L’angolo di Michele Anselmi
Davvero non capisco il pregiudizio, a quanto pare diffuso, che riguarda Riccardo Scamarcio. Come forse sapete, il suo nuovo film da protagonista, “L’ombra di Caravaggio” di Michele Placido, a me sembra una riuscita, da ogni punto di vista. Magari mi sbaglio nel merito generale dell’opera, ma davvero risulta notevole, per intensità emotiva e adesione fisica, la prova dell’attore pugliese, nato a Trani il 13 novembre 1979. Eppure, segnalando ieri qui su Facebook l’uscita odierna del film nelle sale, in molti hanno rispolverato la solfa, per la serie: “Scamarcio? No grazie”. E perché mai? L’attore che fu scoperto nel 2003 dal regista mio concittadino senigalliese Lorenzo Cicconi Massi con “Prova a volare”, venuto maluccio e uscito solo dopo il successo di “Tre metri sopra il cielo”, è duttile, cangiante, capace di passare dalla commedia sentimentale al gioco dialettale, dal poliziesco fosco al cinema sociale; e basterebbe dare uno sguardo alla ricca sua filmografia: circa 60 titoli, con cineasti del calibro di Woody Allen, Costa Gavras, Paolo Sorrentino, i fratelli Taviani, Mario Martone, Abel Ferrara, Paul Haggis, Ferzan Ozpetek, Pupi Avati, Nanni Moretti, Giuseppe Piccioni eccetera. Certo, come tutti anche Scamarcio ha bisogno di un copione forte e di una storia convincente per emergere, dove va col pilota automatico, come nel recente “Quasi orfano” di Umberto Carteni, il risultato purtroppo si vede e si sente. Ma in “L’ombra di Caravaggio” l’attore si impone per presenza, a partire dalla prima inquadratura ambientata a Napoli nel 1610, quando un sicario prova a ucciderlo trafiggendogli la guancia con un coltello.
Sicché: provate a vincere il pregiudizio, peraltro ingiustificato o figlio solo di un’istintiva antipatia, e andata a vedere Scamarcio in “L’ombra di Caravaggio”: vi piacerà l’attore e il film, almeno spero.
Michele Anselmi